
Si può volare a Cartagena per tante ragioni. Sedotti da come Garcia Marquez l’ha pennellata nei suo romanzi. Inseguendo in una stradina o in una piazza alberata la barba alla Pasteur del dottor Urbino, la camelia bianca all’occhiello della finanziera di Florentino Ariza o la leggiadria di Fermina Daza che si fa largo nel disordine della folla senza inciampare in nessuno, come un pipistrello nelle tenebre. O perché ammaliati dalle sue leggende di galeoni affondati, pirati, bucanieri, inquisitori. O per l’incanto dell’arcipelago delle Islas del Rosario, con le sue spiagge impalpabili, i banchi di corallo, le strepitose aragoste, dolcissime e sublimi come quelle di Stintino e di Alicudi, pescate ancora artigianalmente, senza nasse, senza arpionamenti, solo a mano. Quello che vi propongo è invece un viaggio nella cucina di Cartagena, nella comida costeña, un incredibile crogiolo di sapori in cui si fondono almeno quattro cucine: indigena, spagnola, afrocolombiana e araba. Di questa fusione l’esempio più significativo è l’arepa.

L’arepa è una tortilla di mais molto simile a una tigella che gli indios cuocevano sulla pietra e che mangiavano così, senza nessun condimento, perché la loro cucina era di una frugalità disarmante. Quando però dai galeoni spagnoli sbarcarono l’olio, gli indios appresero l’arte della frittura e le arepas passarono dalla pietra all’olio bollente. Non è invece altrettanto chiaro come gli indios iniziarono a farcirle. Diego Martin Cortes, uno dei pochi veri sommelier che ho incontrato in Colombia, ipotizza che a insegnarglielo siano stati gli arabi. Vista la straordinaria affinità tra un’arepa con huevo e un brik tunisino, potrebbe avere ragione lui. L’arepa si butta nell’olio bollente. Quando si gonfia, si buca con la punta di un coltello, si farcisce con un uovo, si chiude e si termina di friggere. Se fatta ad arte, è squisita. Sennò per digerirla occorre un esorcismo.


Per arrivare al cuore della comida costeña non esiste luogo migliore del mercato Bazurto, una labirintica casbah di minutaglie, di montagne di pesce fritto, di migliaia di sancochos che sobbollono bonificando coi lori effluvi l’aria fetida del mercato, a solo un quarto d’ora di bus dal centro storico di Cartagena. Sui banchi degli ambulanti ci sono più pesci di quelli che nuotano nell’Aquarium di Okinawa. Tilapie, dentici, branzini, corvine, pesci gatto, spatole, mojarras di mare e di acqua dolce, sierras, bocachicos del Sinù. Sulle bancarelle degli ortolani, igname, zucca a fette, yuca bollita, bottiglie di suero piccante, tonnellate di platano e tanta di quella frutta da farti girare la testa. Come il corozo, un frutto dalle bacche color rubino che bollite sprigionano un succo simile a quello dell’amarena. Il lulo, delizioso e asprigno, che pare polpa di maracuyá trapiantata in un’arancia. L’afrodisiaco borojo, importato dal Chocó, la regione più piovosa del pianeta. Il mango verde, tagliato a fiammifero, condito con sale, pepe e limone e venduto come finger-food in bicchierini di plastica trasparente. Lo squisito zapote, il cui succo ricorda un frullato di caco e papaya. La fantastica guama, più bizzarra del Benni di ‘Stranalandia’ – immaginate un incrocio tra un anaconda verde e una carruba enorme. Poi la apri e ti invaghisci dei suoi frutti immacolati che sembrano avvolti nella bambagia.

Il mercato è anche un assortito campionario di chioschi, di ristorantini piccolissimi – uno, due tavoli, non di più – e di grandi tavolate a cielo aperto, montate al mattino e smontate al crepuscolo. Qui la comida è abbondante, incredibilmente economica e quasi sempre migliore di quella offerta dai ristoranti tradizionali. E mangerete accerchiati da enormi pentoloni, le ollas, in cui sobbolle il sancocho del giorno, dalle donne che lavano i piatti, dai ristorantini attigui, dalle loro cucine improvvisate, dai mendicanti che vi chiedono una moneta o un po’ del vostro riso, dai ragazzi che vogliono lustrarvi le scarpe o vendervi i biglietti della lotteria, da sule, avvoltoi e aironi che vi fanno la posta appollaiati sui tetti di lamiera. Qui si possono assaggiare tutte le zuppe della comida costeña, a cominciare dal sancocho – cugino di primo grado del cocido madrileno – una zuppa densa e vigorosa in cui sono onnipresenti igname, patate, yuca e platano e una carne che varia di volta in volta – costina di manzo, trippa, gallina, pollo – o pesce – robalo, sierra, sabalo, bocachico. Nei barrios di Blas de Lezo e di Bosque ci sono ristoranti che servono il sancocho trifasico (con tre tagli di carne: manzo, gallina e maiale). Sempre nel filone zuppe, guai a lasciare Cartagena senza aver assaggiato l’higadete e il mote de queso. L’higadete farà impazzire chi ha un palato agrodolce – gli amanti della pastilla marocchina, ad esempio. E’ una zuppa di fegato e platano maturo, di mielosa dolcezza. Il mote de queso è invece una delicata zuppa di igname e formaggio. Tutti i piatti della comida costeña, zuppe comprese, sono accompagnati da abbondanti porzioni di riso e da patacones, gli onnipresenti medaglioni di platano che per i cartageneros sono come per noi italiani la pizza o la Nutella. Molto di piu’ che un semplice piatto: radici, genealogia culinaria, antropologia palatale. La Lonely Planet invece li descrive come ‘polpette di banane’. Guide formidabili, tranne quando raccontano il cibo degli altri.


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Scritto da alle 23:07, in Diario Colombiano, I migliori cuochi della nostra vita, Verso Cartagena
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