
Già l’aria a Bra è diversa. Appena mettete il naso fuori dalla stazione sarete investiti da uno scirocco tiepido di provole e di tome, di pecorini di capre nane dell’Estonia e di robiole di yak filo-cinesi del Tibet. Stanno smontando gli stand di ‘Cheese’; scavalco due operai sudati e chiedo ai passanti come è andata quest’anno. Chi abbozza un sorriso veloce e distratto, chi alza gli occhi al cielo, chi cambia discorso. Per tanti “una bella iniziativa, come tutte quelle di Slow Food“, per altri “una mega-marchetta” che ha permesso a qualche grande azienda non solo di svuotare i magazzini ma di guadagnarci sopra. Malignità? Una ragazza in bicicletta che al miracolismo di Slow Food non crede, mi confida con una smorfia acida: “Tre volte che vengo a ‘Cheese’, tre volte che passano sempre lo stesso filmato del contadino in malga. Anche quelli che vengono a fare il formaggio dal vivo sono sempre gli stessi. Come i rumeni che fanno quella formaggina molle. A forza di venire qui, hanno preso la cittadinanza italiana“.


La sede di Slow Food sembra la Repubblica di Salò. Bandiere bianche che drappeggiano i balconi, vetrofanie con le chioccioline appiccicate in ogni angolo della città, vetrine di librerie che ricordano quelle di Peck sotto Natale, con dizionari strozzati da collane di salsicce, manuali di micologia che fanno capolino da ceste in vimini, ricettari e guide enogastronomiche sparse tra bottiglie di vino e vassoi di formaggi.


Tutti a Bra parlano di Carlin e dei suoi presidi come a Rio parlerebbero del Carnevale e delle sue scuole di samba. Bar che fino a tre anni fa ti rifilavano cartongesso al posto dei croissants adesso organizzano happy-hour con carpacci di bue gigante istriano e spumanti di pere tedeschi. Quando chiedo al titolare cos’è un bue gigante istriano, rivedo una gag di trentanni fa, con Cochi che chiedeva a Renato ‘dov’è la Val Trompia‘. Il titolare si stropiccia la barba. Sorride imbarazzato, ma non risponde. Passerei a una domanda di riserva, tipo che ci fa la pera nello spumante tedesco. Ma perderei solo tempo. Di preciso, quello non sa nemmeno dov’è l’Istria.

Da quando Petrini ha fondato Slow Food e ha fatto di Bra la sua sede, questo comune del cuneese di nemmeno 30.000 mila abitanti è diventato La Mecca dei buongustai del cibo buono, pulito e giusto. Ogni giorno a Bra, pellegrini e delegazioni da tutte le parti del mondo.
Sui depliants turistici una volta scrivevano: “Bra dista 50 chilometri da Torino“. Adesso è Torino a distare 50 chilometri da Bra. Prima di Slow Food, di Bra si parlava occasionalmente per qualche perla di tardo barocco, per aver dato i natali a uno dei grandi Santi Sociali dell’Ottocento, San Giuseppe Benedetto Cottolengo, a Gina Lagorio e a una salsiccia di melodiosa sapidità. Adesso la conoscono anche negli agglomerati di fango più sperduti della Mauritania.
Se all’italiano medio chiedi di Bra, ma anche al danese o al newyorchese medio, credo si immaginino una specie di bolla o di laboratorio a cielo aperto dove tutti, dal sindaco al becchino, vivono 24 ore su 24 pensando a una cosa sola: garantirsi un cibo buono, pulito e giusto. Una cosa del tipo che se vai a comprare un ananas a Bra la fruttivendola prima di incartartelo chiama in Costarica per sapere se è tutto a posto. Un peperone di Carmagnola a Torino è buono, e magari te lo vendono con l’indicazione geografica di provenienza. A Bra non basta. Sulla fascetta va riportato a chiare lettere per chi ha votato l’agricoltore.
Nello stadio di Bra è dal ’76 che non si grida più cornuto all’arbitro. Transgenico, semmai. O ‘Quell’aflatossina di tua madre’ ma solo se ti negano un rigore grande come una casa.

I gelati dei presidi sono gelati distribuiti da Slow Food, griffati con la chiocciolina ma prodotti dalla Menodiciotto.
Il bar di Bra dove li ho assaggiati esponeva fuori dal locale dei cartelloni pubblicitari come nemmeno la Warner per l’ultimo Harry Potter. Poi entri, vedi una coppia tipo Dolce e Gabbana, quello alto dietro al banco, quello più intellettuale, con gli occhialini cerchiati, in mezzo ai tavoli, ma dei gelati nessuna traccia. Finchè ti accorgi di una vetrinetta per gelati, non sto scherzando, poco più grande di quelle che la Fisher-Price vende ai bambini sotto ai dieci anni. Conterrà forse 12 vaschette, loculi, più che vaschette, bare di criceti con dentro cose gelate e colorate. Gabbana mi chiede quanti gusti voglio nella mia coppetta. Scelgo la pesca tardiva di Leonforte, il pistacchio di Bronte, la vaniglia di Mananara. Mananara è un presidio di Slow Food in Madagascar. La Vaniglia di Mananara per essere più biologica invece che dai malgasci viene raccolta direttamente dai lemuri, che di giorno fanno un po’ di teatrino nel parco, mentre la sera lavorano a cottimo per la Menodiciotto. Il gioco delle consistenze è terrificante. La pesca sembra frullata e dopo due cucchiaiate si squaglia. Pistacchio e vaniglia sarebbero perfetti se lavorassi nell’edilizia. Come alternativa ai blocchetti di peperino, ad esempio. In vita mia, giuro, mai mangiati gelati così schifosi.

Nella lista ‘dei 50 uomini che potrebbero salvare il pianeta’ stilata dal prestigioso quotidiano inglese The Guardian, Carlin Petrini viene dopo Rambo ma precede Mosè. Per uno che trentanni fa fondava la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo e oggi il Time saluta come uno degli eroi del nostro tempo, negare che non abbia fatto strada è da cretini. Conosce tutti i potenti della terra, tutti, e ha un’agenda telefonica per ogni lettera dell’alfabeto. Raccontano che tre settimane fa telefona per prenotare un tavolo da Gemma a Roddino e gli risponde, invece, la cameriera di Al Gore. Prima di Petrini la noce amazzonica del Pando si stava estinguendo. Adesso in un corpo a corpo con un anaconda i book-makers inglesi la giocherebbero alla pari. Prima di Petrini i polli messicani vivevano in gabbie promiscue anche per una mezza dozzina di cimici. Adesso li allevano direttamente nelle suites dello Sheraton di Acapulco. Nel 2008 saranno tre le grandi sfide di Petrini. Aiutare le donne Imraguen a fare la loro bottarga di muggine prima che Chef Kumalè si accorga di loro, salvare dall’estinzione i piccoli produttori rumeni e promuovere il manzo di Kingston. Il manzo di Kingston è la risposta giamaicana al manzo di Kobe. Lo allevano solo tre rasta in tutta l’isola. Sente reggae dalla mattina alla sera, lo massaggiano col rum, e se è di buon comando, gli fanno tirare anche un po’ di marijuana. Ogni anno su 600 manzi di Kingston, solo 6 finiscono sul mercato, gli altri 594, in comunità. Petrini sta studiano coi tre rasta se è il caso di cambiare metodo di allevamento o solamente spacciatore.

Ma chi è veramente Carlin Petrini? Nasce a Bra il 22 giugno 1949. L’ostetrica che lo fa venire al mondo si chiama Gola, dice il suo Ufficio Stampa. Balle, replica Bonilli, si chiamava Roscioli. Causa ostetrica i due litigheranno vent’anni. Oggi non si parlano quasi più. Il papà di Carlin è elettrauto, sua mamma dirige un asilo, il nonno lo arrestano i fascisti, la nonna lo attende paziente spellando conigli. Carlin studia sociologia all’Università di Trento, poi nel 1977 comincia ad occuparsi di enogastronomia. Vive con la madre, in Messico ha rischiato di lasciarci le penne, parla solo due lingue: piemontese e braidese stretto.
Quando è solo con Chavez non potendo discutere in spagnolo dei grandi problemi che assillano l’America Latina, Carlin mostra a Hugo foto di piantagioni del cacao di Barlovento e Chavez ricambia con foto piccanti del suo cacao personale.
Però nemmeno il suo ufficio stampa scherza.
Prima di Natale, Slow Food ha chiesto a Pervez Musharraf di poter aprire in Pakistan un presidio sulle albicocche essiccate della valle di Hunza.”Molto gentile Carlo – ha risposto Musharraf – ma la Bhutto la faccio fuori da solo“.
Una malattia lo ha reso quasi astemio. In compenso, Carlin usa un’acqua di colonia al formaggio di fossa che quando ha sfiorato Rigoberta Menchù l’ha mandata in terapia intensiva per tre giorni.

Un capitolo a parte meritano le vetrine delle librerie di Bra.
Secondo me ci sono commissioni che vietano ai librai di Bra di vendere libri in cui la trama non sia alimentare. Funziona così. I librai vengono sottoposti a un esame vero e proprio. Tu presenti alla commissione di Slow Food la lista dei libri che vuoi vendere. La commissione li esamina e ti interroga.
Tre esempi
E: sta per esaminatore L: per libraio
E: Libro
L: La Bibbia
E: Di che parla? Si mangia nella Bibbia? C’è cibo buono, pulito e giusto?
L: Un casino: mele proibite, manna che piove dal cielo, pani e pesci moltiplicati. C’è più cibo qui che in tutti i libri di Bourdain e della Schira.
E: Fico! Ti regaliamo anche la fascetta con la chiocciolina con su scritto ‘Consigliato da Slow Food’
E: Libro
L: La Divina Commedia
E: Di che parla? Si mangia nella Divina Commedia?
L: Hai voglia! c’è il girone dei golosi….e poi c’è Ugolino…
E: Che mangia Ugolino?
L: (breve pausa, poi con tono di voce basso, imbarazzato) La testa dei figli
E: Macabro….sembra quasi un libro di Camporesi. Vabbè. Una chiocciolina, ma niente fascetta.
E: Libro
L: Il giovane Holden
E: Di che parla? Si mangia nel giovane Holden?
L: E’ un romanzo di formazione.
E: Si vabbè, ma si mangia nel libro?
L: Ci sono delle anitre.
E: Cucinate come?
L: Non sono cucinate, sono in un parco e Holden si chiede dove vanno. Che fine faranno…
E: (alterato) Niente chioccioline. Niente fascetta. (si sente un rumore di carte buttate in aria, forse è il tascabile Einaudi lanciato come un frisbee contro la parete) Se proprio vogliono leggerlo che vadano a Cherasco.
© Lorenzo Cairoli
Scritto da alle 19:03, in Agnolotti e Sinagoghe, Cibario italiano, Palato nomade, Polemicario
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