Diario Colombiano (119) – 80 volte Eco e l’epifanico Hector Abad Faciolince
Che nesso c’e’ tra Umberto Eco e il mio Diario Colombiano? Non so se Eco sia mai stato in Colombia, se abbia mai assaggiato un sancocho, bisticciato con un taxista di Cartagena, camminato con Gabo per le vie di Getsemani, ma oggi per lui e’ un giorno speciale. Il mio professore compie ottanta anni.
Dopo il liceo classico frequentai il D.A.M.S. a Bologna, dove tra un esproprio proletario e l’altro, si tenevano le lezioni di semiologia dello spettacolo di Umberto Eco. Che erano – resti tra noi – noiosissime, fino a quando Eco non congedava tutti. A quel punto, anzichè rompere le righe, gli studenti lo accerchiavano, e se per un’ora lo avevano fissato con occhi da narcosi, adesso, giubilanti e euforici, lo assillavano di domande. Un parere su un film visto la sera prima, un consiglio su un autore scoperto da poco, un giudizio su un libro appena acquistato. Eco, in questo encomiabile, nonostante avesse sempre un treno in partenza per Milano, cercava di rispondere a tutti, dando fondo alla sua bustina di Minerva, con ubriacanti tour-de-force di aforismi, battute, citazioni che mandavano in visibilio quella piccola folla. Rimaneva un mistero come il pedante professore di semiologia, potesse trasformarsi così repentinamente in un entertainer tanto brillante. In quegli anni il D.A.M.S. offriva un parco docenti galattico: oltre a Eco, Renzo Tian, Luigi Squarzina e Piero Camporesi. E già, anche Camporesi. Pero’ questa e’ un’altra storia.
Piu’ di trent’anni dopo mi ritrovo in Colombia e grazie a internet Eco irrompe un’altra volta nella mia vita. In modo inatteso, epifanico, miracoloso. Il 2 dicembre ricevo la lettera di un signore di Medellin a cui e piaciuto molto il mio blog, segnalatogli dal figlio che vive a Torino. Alla fine scopro che e’ uno dei piu’ famosi scrittori sudamericani, innamorato dell’Italia e dei suoi scrittori. Che ha tradotto opere di Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Natalia Ginsburg, Calvino e ‘Il nome della rosa’ di Eco. Lettera chiama lettera e alla fine tra me e il mio benefattore e’ nata una bella amicizia. Hector Abad Faciolince, cosi’ si chiama, mi ha inviato due suoi libri – ‘Oriente empieza en El Cairo’, che ho cominciato subito a leggere voracemente e ‘El Olvido que seremos’ in cui racconta suo padre, Hector Abad Gomez, soprannominato dalle gente di Antioquia ‘el apóstol de los derechos humanos’, assassinato a Medellin il 25 agosto 1987 da sicari paramilitari al grido di “¡Viva la muerte, abajo la inteligencia!”. Due libri che sono arrivati nel giorno dell’ottantesimo compleanno del mio professore. Con due dediche indimenticabili e un regalo che mi ha stretto il cuore.
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