Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

14 November 2010

Diario Colombiano (60) – Andare alla Batalla de Flores, passando per La Esperanza

Nel mio barrio, a El Socorro, vengo a sapere che due bus sono stati noleggiati per la sfilata. Ti portano a Crespo, vicino all’area in cui ha inizio la Batalla de flores, e ti vengono a riprendere tre ore dopo, davanti a un bar il cui nome è tutto un programma – Alegria bestial. Andata e ritorno 4.000 pesos, 1.400 in più della tariffa abituale. Prima di salire ci distribuiscono dei braccialetti di plastica, come quelli dei villaggi turistici, così da renderci riconoscibili all’esparri dell’autista. Tutti i posti vengono immediatamente occupati. I bimbi in braccio ai genitori, mentre nel centro del bus vengono aggiunte sei sedie di plastica verde. Non siamo ancora partiti e già sudiamo come fontane. Da settimane la mia compagna va predicando di vestirmi malissimo, perché dice che dal caos della Batalla si esce sempre con gli abiti da buttare. Dall’Italia sono partito con un guardaroba laconico. Due paia di scarpe, due pantaloni lunghi, tre pantaloncini, tre camicie, tre polo e due t-shirts. Per una settimana, dubbio amletico su quali capi sacrificare. Alla fine scelgo una t-shirt scura, con la scritta ‘Quebec’, che uso per dormire e un paio di pantaloncini della Murphy, che però se dovessi gettare via sul serio mi roderebbe il culo. Ancora due passeggeri poi si parte. Guardo fuori dal finestrino. Quattro bimbi hanno teso una fune in strada e pretendono un obolo da tutte le macchine che passano. Non è pandilla in embrione la loro. Nei barrios a novembre si fa sempre così. Un gioco, una tradizione. Finalmente, salgono i ritardatari. E’ una coppia di mezza età. Lui ha baffi da pesce gatto, un sombrero vueltiaio e un sudore che sa di anice e ammoniaca. Per arrivare al suo posto deve camminare sopra le sedie di plastica verde. E’ molto maldestro, poi scoprirò che è ubriaco pesto. Sulla penultima sedia per poco non scuffia e travolge due ragazzine. Una volta seduto, tira fuori da una borsa di tela dell’aguardiente in tetrapack che scola in meno di un quarto d’ora.

Il bus fa un giro inedito. Blas de Lezo, Campestre, Bosque, Avenida Crisanto Luque, Bazurto – e fin qui tutti quartieri che conosco – poi, però, s’infila in una strada in cui miseria, degrado, fatiscenza, fanno impressione. Io non vivo a Bocagrande, vivo in un barrio modesto, vivo a El Socorro, dove non si vede un turista neanche per sbaglio. Quando confidavo agli altri italiani che sarei venuto ad abitare qui mi guardavano come un marziano. “Ma tu che c’entri con El Socorro? – mi chiese un siciliano che gestisce un hotel del centro – Noi siamo italiani, ricordatelo. Puoi sposare una colombiana, mangiare patacones tutti i santi giorni, parlare il dialetto della costa, ma per loro resterai sempre uno straniero. Uno a cui fregare il portafoglio”. Dicevano anche che gli stranieri devono vivere con gli stranieri, per questo mi suggerivano barrios come Manga, Crespo e Bocagrande. Non li ho ascoltati, per fortuna. Da quando abito qui ho imparato più cose della Colombia che i curatori della Lonely Planet in cinque edizioni delle loro guide. Però un barrio disperato come quello visto dal bus il 12 novembre mi mancava. Niente strade. Case sbrecciate. Case che sembrano sventrate da un bombardamento. Tetti di lamiera ovunque. Vicoli trasformati in acquitrini dalle piogge. Pochissimi negozi. Quasi tutta le gente che incrociamo è scalza. Un parco giochi per bimbi in cui tutto sembra arruginito – si intravvede uno scivolo ammaccato in mezzo a montagne di spazzatura. Ad un tratto, la signora che siede accanto al conducente, s’alza in piedi e urla: ‘La Esperanza!’. Tutti i finestrini vengono immediatamente richiusi. Lo sguardo dei passeggeri si fa subito vigile.

La Esperanza è il nome del barrio, uno degli epicentri della pandilla a Cartagena. Qui è come a Watts negli anni 80. Se esci un centimetro dalla tua strada, quelli dell’altra strada ti fanno la pelle. Quì, racconta un signore, i sicari si tingono i capelli ogni giorno. Ogni giorno di un colore diverso. Per non farsi riconoscere dalla polizia. La mia compagna a La Esperanza c’è passata qualche volta col bus. Mi racconta che una volta la porta posteriore rimase aperta. Un ladrone ne approffittò. Salì sul bus, strappò lo zaino a uno studente e scappò via, ringhiando. Sembrano tutte cose esagerate, poi quando ci tirano pietre e fango contro i finestrini, il nostro scetticismo va a farsi benedire.

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Un Commento a “Diario Colombiano (60) – Andare alla Batalla de Flores, passando per La Esperanza”

  1. e ci lasci così, con il cuentus interruptus?

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