Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

11 September 2010

Diario Colombiano (17) – Cose che mi incantano vivendo in un barrio

I gelatai, che compaiono nel tardo pomeriggio fendendo la calura con le loro carretillas. La loro presenza è sempre anticipata da una musica. C’è chi ha scelto ‘Dragostea din tei’, chi l’inno nazionale colombiano, chi ‘Bianco Natale’. Chi, in controtendenza, vende gelati al suono di ninnananne.

Fare un peto nel barrio non è da maleducati. Anzi, è un modo efficace per guadagnare un po’ di pesos. Il peto è una squisita colada di mais che si può bere a colazione fredda, addirittura ghiacciata, o sorbire calda, come una zuppa.

Quì tutti hanno un secondo lavoro. Chi ti fa le fotocopie, ti vende anche il ghiaccio. I venditori di aguacate e papayas aggiustano frullatori e ventilatori. L’ambulante che ti vende minutos per telefonare mentre aspetti il tuo turno ti lustra le scarpe e cerca di rifilarti un biglietto della lotteria. L’uomo che ti porta il pane a domicilio, oltre ai lieviti vende biglietti per concerti di vallenato e aggiusta biciclette.

E’ la stagione del corozo. Ad Haiti lo chiamano corosse, coyol in Messico, coco babosso in Brasile, totai in Bolivia, mbocayá in Paraguay e in Argentina. E’ un frutto dalle bacche color rubino, venduto a grappoli. Sembra ribes nero, insolitamente grande. Dai semi e dalla polpa si ricava un aceto gradevole e sapone, dalla polpa fermentata un liquore, dalla polpa bollita un succo di frutta che ricorda quello dell’amarena ma addirittura più saporito.

Adoro quando Ani mi cucina la torta di yucca e il platano tentacion, platano maduro cotto nella Kola Roman e nella cannella.

Quando compra il bollo di mais verde.

Quando fa sobbollire i suoi profumatissimi sancochos. E quando i nostri vicini cucinano i piedini di maiale coi fagioli.

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5 Commenti a “Diario Colombiano (17) – Cose che mi incantano vivendo in un barrio”

  1. condivido il tuo amore per america-latina e i suoi sapori “il paradiso”

  2. Leggo i tuoi post e mi rendo conto di quante cose mi mancano ancora, oggi una di più, la cicina colombiana.

  3. I sapori – non quelli di un menù turistico, intendo – sono uno dei modi di conosceri i lati più veri di un paese. Per questo mi sorprendo (ma non mi sorprendo veramente) quando all’estero intercetto la solita, immancabile, conversazione di turisti italiani che si lamentano della pasta scotta.

    p.

  4. La cucina è il cuore, la storia e la cultura di un popolo. Una password straordinaria per capire meglio e più rapidamente.

  5. [...] di professionisti del settore che sappiano farlo apprezzare ai palati ancora acerbi dei colombiani. A me, ad esempio, e’ capitato di partecipare a un corso di degustazione di Chianti della [...]

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