Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

12 January 2010

Chi fa del male a un mio amico fa del male anche a me

Il Ministro Frattini scrive oggi su ‘Il Foglio’ in merito all’Iran. E parla delle misure da adottare contro il regime di Khamenei. Dall’opzione militare, non esclusa a priori, alle sanzioni economiche come forma di pressione. La lettera di Frattini vorrebbe dare l’idea di un ministro iperattivo, di un abilissimo tessitore di diplomazie, di un carismatico negoziatore al confronto del quale un Talleyrand o un Kissinger diventano invenzioni prive di pepe. Quel che omette Frattini è che una settimana fa Zhang Yesui, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, ha dichiarato che è troppo prematuro parlare di sanzioni contro l’Iran. La verità è che adesso come adesso la Cina non le voterebbe mai. E non perchè così facendo danneggerebbe i suoi grandi interessi commerciali in Iran, ma perchè Pechino segue con preoccupazione la crisi che da giugno attanaglia il paese. La sfida lanciata da Mousavi e dal popolo iraniano alla teocrazia sciita toglie il sonno a Hu Jintao, come vent’anni fa il crollo dell’impero sovietico al suo predecessore Jiang Zemin. Un Iran che trentanni dopo lo Scià riuscisse a sbarazzarsi anche di Khamenei potrebbe avere un rovinoso effetto domino sugli equilibri interni della Cina. Per questo Pechino continua a sostenere i regimi canaglia di Raul Castro, di Chavez, del dittatore birmano Than Shwe o del presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir e ad aiutare il regime di Teheran nella sua opera di repressione – settimana scorsa il ‘Time’ ha denunciato l’invio di mezzi corrazzati cinesi in Iran, mentre una società cinese, la Limmt Economic & Trade Co. è indagata a New York per aver venduto componenti missilistici all’esercito iraniano. I cinesi non vogliono correre rischi. E se si opporranno in ogni modo alle sanzioni, figuriamoci all’opzione militare. Checché ne dica o ne pensi Talleyrand Frattini.

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