Gli errori di Khamenei e il rischio Intifada a Teheran


Molti di voi, stupiti, mi hanno scritto chiedendomi come mai, per la prima volta, ho taciuto degli scontri e dei morti – fra questi c’è anche un nipote di Mousavi – di queste ultime ore in Iran. Ho preferito rimanere alla finestra, leggere l’informazione degli altri, cercare di comprendere esattamente cosa sta accadendo in queste ore a Teheran e nel resto dell’Iran, cosa che spesso, quando mi imbarcavo in una diretta mi era impossibile perché non appena azzardavo un’analisi venivo travolto da eruzioni di eventi che solo a verificarne l’attendibilità mi costringevano a passare ore e ore inchiodato al computer, a Twitter, a Skype. Due settimane prima della morte di Montazeri ho sentito telefonicamente un amico, un giornalista di Teheran, molto vicino all’ex presidente Khatami. Cercava di spiegarmi alcune cose del suo paese. Intanto, la frustrazione di un regime che aveva creduto, ingenuamente o molto presuntuosamente, di poter fare tabula rasa in pochi giorni della dissidenza e invece dopo più di sei mesi si ritrovava quasi al punto di partenza. Poi la quiete ingannevole e apparente dell’Iran che riassaporava la ‘normalità’ per qualche settimana, per un paio di mesi, ma sotto le braci l’eversione non cessava di ardere. E quando Mousavi arringava il suo popolo da Facebook, per le strade di Teheran l’onda tornava a smentire fragorosamente i calcoli del regime. L’errore più clamoroso? Il 18 settembre, il giorno del Qods Day, quando il regime convinto di avere ripreso il controllo del paese riaprì le porte alla stampa straniera. L’opposizione mise a nudo il bluff di Khamenei e del suo presidente sicario dimostrando al mondo intero che il movimento a dispetto degli anatemi di Khamenei era vivo, arrembante, per nulla intimidito e straordinariamente efficiente. Gli spettri di Evin, del carcere duro, della tortura più primitiva e bestiale, non scalfivano il morale dei dimostranti. Un’altra cosa che mi spiegava il mio amico era la sorprendente disinvoltura con cui la gente, non gli studenti, non gli intellettuali, non i i politici e i giornalisti, ma la gente più umile, criticava la Guida Suprema e non tra le pareti di casa propria, ma in pubblico, per le strade, nel bazar. Mai una Guida Suprema era stata messa in discussione prima delle ultime elezioni; mai la gente gli si era scagliata contro anche solo per l’aumento dei prezzi di un cibo. Bastava questo per farli ringhiare ‘Morte al dittatore’. “Ho il presentimento – mi confidava il mio amico – che siamo arrivati al capolinea. Non ho mai visto la mia gente così aggressiva. Non l’ho mai sentita così franca. Non temono più nemmeno la delazione. Da oggi in poi, può accadere di tutto. Un altro 1979 o la morte di Mousavi”. Era ossessionato da un attentato a Mousavi che profetizzava imminente e invece è morto Montazeri e il regime che poco prima aveva promesso l’apocalisse per una foto stracciata di Khomeini ha perso la testa.

Mandare i basji ai funerali di Montazeri è stato uno degli errori più tragici della gestione Khamenei. L’Iran rurale che fino ad oggi era sempre stato sordo agli appelli di Mousavi è insorto. E’ successo tutto in fretta, così in fretta da prendere in contropiede persino i riformisti di Mousavi. Ma gli errori di Khamenei sono continuati anche il giorno dopo durante la cerimonia in memoria di Montazeri nella moschea Seyyed di Isfahan dove i basji hanno fatto irruzione picchiando i presenti e cercando d’aggredire il grande ayatollah Taheri, artefice della cerimonia. Non ci sono riusciti, ovviamente, perché intorno a Taheri s’è formato subito un agguerrito cordone umano, ma questa aggressione produrrà inevitabilmente altre lacerazioni insanabili all’interno di una teocrazia sciita mai così divisa e in crisi in trentanni di Repubblica Islamica. A questo si deve aggiungere l’assassinio del nipote di Mousavi, Ali Habibi Mousavi Khameneh. Forse la persona sbagliata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma sarà di questo avviso anche suo zio? O penserà invece a un’esecuzione pianificata a tavolino già prima degli scontri? Su decine di migliaia di dimostranti quindici vittime e tra queste il nipote di Mousavi? Non suona strano anche a voi? Non vi sembra statisticamente assurdo? E il mistero del suo corpo trafugato?
In attesa che si faccia luce sulla sua morte, la situazione in tutto l’Iran è incandescente: ricorda in fotocopia la prima Intifada palestinese, quella del 1987. Il popolo iraniano, tutto il popolo iraniano adesso e non solo gli studenti, gli intellettuali o la borghesia, è pronto a scatenare una poderosa campagna di disobbedienza civile, è pronto a rispondere colpo su colpo alla violenza di chi ora viene vissuto più come una Minaccia Suprema che non come una Guida Suprema. L’atto finale di questa faida si sta per consumare. Mai come adesso lo spettro del 1979 rende cerea l’arroganza di Khamenei e drammaticamente vacillante la sua dittatura.
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[...] spaccatura – per quanto ogni giorno che passa si vada ricomponendo, come spiega tra le tante cose questo interessante post di Lorenzo Cairoli – tra città e provincia, tra giovani e anziani, tra i ceti tradizionalmente avversi ai regimi [...]
Scritto da iMille » Blog Archive » L’anno dell’Iran, il 28 December, 2009 at 16:50