Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

9 July 2009

“Death, torture and prison are part of daily life for the youth of Iran” (Marjane Satrapi)

Per chi ancora non ha capito bene cosa sia accaduto in Iran, per chi ne vuol sapere di più, per chi vuol capire cosa accadrà in questo paese il giorno in cui i riflettori della curiosità del mondo si spegneranno, da martedì è in edicola lo ‘Speciale Iran’ di Limes.

Volendo schematizzare, lo scontro odierno vede opposte due fazioni principali. Da una parte la maggioranza del clero composto dai centristi vicini a Rafsanjani (gli ayatollah Javadi Amoli, Amini, Ostadi, Bayat Zanjani), dagli ayatollah illuminati e di sinistra (Montazeri, Taheri, Sanei, Mousavi Tabrizi, Mousavi Bojnurdi), dagli islamisti provenienti dagli ambienti universitari allievi di Khomeini, Taleghani, Bazargan e Shariati di formazione francese (come Mousavi stesso, ma, soprattutto, la moglie Zahra Rahnavard). A questi si aggiunge il partito Mosharekat, Majma’-e Rohaniyun e altri partiti riformisti, sostenuti dal mondo del lavoro e della cultura, dalle minoranze, dalle donne, dai giovani e dall’opposizione democratica erede di Mossadegh. E ancora i nazionalisti e i partiti delle minoranze etnico-confessionali: tutti concordi nel rispetto per il diritto internazionale e di cittadinanza e favorevoli a una maggiore apertura nei confronti dell’Occidente, sopratutto dell’Europa.

Dall’altra parte gli islamisti irriducibili, i pasdaran formatisi durante la guerra con l’Irak, che controllano il complesso militar-industriale, le varie sfere della vita economica (come le fondazioni che non pagano tasse e rendono conto solo a Guida Suprema Rahbar) e vari traffici illeciti, con cui alimentano le strutture di sicurezza e la milizia basiji (6-7 milioni di paramilitari con forte presenza sul territorio). Con il governo Ahmadinejad, molti pasdaran sono diventati governatori di varie regioni e province ed, assieme agli ambienti di sicurezza sostenuti dall’ala tradizional-letteralista del clero (Mesbah Yazdi, Mohammad Yazdi, Mahdavi Kani, Ahmad Khatami), costituiscono il famoso “Partito della caserma”. Appoggiati sul piano internazionale dalla Russia e dalla nomenclatura cinese, mirano a rafforzare il regime sul piano interno e a cercare lo scontro sul piano esterno, per cementare ulteriormente il proprio potere.

Sul piano sociale, parlare di islamisti radicali seguaci di Ahmadinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione è approssimativo e fuorviante. Nelle elezioni, i maggiori sindacati si sono schierati con i riformisti e con Mousavi, tant’è che vari leader sindacali (tra cui Mansur Osanloo) e responsabili di associazioni di categoria sono in carcere. La presidenza di Ahmadi-Nejad, caratterizzata da nepotismo e malgoverno, ha alimentato l’inflazione, rendendo la vita difficile alle categorie meno abbienti.

In realtà, secondo i riformisti i “seguaci poveri di Ahmadinejad” sarebbero gli immigrati provenienti dalle aree rurali, che risiedono nelle cinture di grandi città come Tehran, sono tagliati fuori dai servizi e dall’istruzione pubblica e, per effetto delle devastanti politiche economiche, si sono trasformati in un esercito di disperati senza lavoro, facilmente arruolabili dalle squadracce che attaccano manifestazioni sindacali, lavoratori, operai, donne, giovani, intellettuali, giornalisti, insegnanti. Nessuno può negare (almeno fino alle ultime elezioni), però, l’esistenza di uno zoccolo duro, di una base elettorale dei conservatori che votano per ragioni confessionali e non supererebbero comunque il 15% di voti.

Parlare di teocrazia per l’Iran, poi, è corretto solo su un piano formale, in quanto il clero sciita, in considerazione degli stretti e capillari legami con le aree sociali, è lo specchio della società ed al suo interno è diviso. A fronte degli irriducibili, che controllano gran parte dell’economia e hanno in Ahmadi-Nejad il loro portavoce, vi è il clero moderato, di gran lunga maggioritario.

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