Da Bongo a Gheddafi

Quando nei mercati di Douala o di Yaoundè non si riesce a trovare un pomodoro neppure a pagarlo a peso d’oro, gli ambulanti giurano che la colpa è dei gabonesi, che se li sono comprati tutti loro, quei salaud dei gabonesi. Ai camerunesi non piace la gente del Gabon. Dicono che si danno troppe arie per via del petrolio, anche se poi al popolo del Gabon è giusto l’aria del petrolio che resta in tasca, mentre il resto finisce (o meglio, finiva) in quelle avide e capienti del loro dittatore, quell’Omar Bongo che per quasi mezzo secolo ha regnato indisturbato su questo paese di nemmeno un milione e mezzo di abitanti ma dal sottosuolo straordinariamente sovraffollato di ricchezze – oltre al petrolio, manganese, oro, uranio e ferro, senza contare il legname delle foreste con i pregiatissimi okoumé e ozigo e le spettacolari piantagioni di caffè e di cacao. Nella capitale Libreville si ammassa la metà della popolazione del paese: è una delle città più care del mondo, una Miami dalla pelle d’ebano e dall’accento francese, con night, casinò, grandi hotel che si affacciano sull’oceano, banche che applicano commissioni sui cambi da usura, auto a noleggio e taxi più cari che in Europa, droga ovunque, soprattutto marjiuana e un tasso di corruzione tra i più alti del continente. Secondo gli analisti la ricchezza del suo sottosuolo e la bassa densità di popolazione rende il Gabon uno dei paesi più ricchi del mondo, ma più della metà del suo milione e mezzo di abitanti vive al di sotto della soglia di povertà. Perché Omar Bongo, nonostante i faraonici contratti spuntati alle compagnie petrolifere francesi, ha regalato alla sua gente nights e prostituzione, hotel a cinque stelle e una feroce censura dei media, corruzione e servizi sociali scadenti, malversazione di fondi pubblici e ospedali da terzo mondo. E infatti, per il suo cancro all’intestino, ha scelto di curarsi e di morire in una clinica privata di Barcellona. Che è una costante dei dittatori africani, in carica o esiliati, quella di morire all’estero perchè in decenni di regime in patria non sono stati capaci di costruirsi uno straccio d’ospedale appena appena decente dove farsi curare. Il dittatore togolese Eyadéma Gnassingbé morì d’infarto mentre veniva trasferito all’estero per le cure. Il tanzaniano Nyerere morì di leucemia in un ospedale di Londra. Il guineano Ahmed Sékou Touré morì a Cleveland durante un’operazione al cuore. La lista è lunghissima, con un’eccezione, il camerunese Biya che ha fatto costruire e intestare alla moglie una sibaritica clinica privata… in Germania, però. Quando dalla Francia si è sparsa la voce della morte di Bongo la blogosfera africana ha tirato un sospiro di sollievo. Per capire quanto fosse odiato questo dittatore, caro invece a Sarkozy, leggete qui, o qui, o ancora qui.

Adesso la palma di dittatore più longevo del continente passa al libico Gheddafi sbarcato oggi a Roma a siglare un lurido patto con Berlusconi e la Lega: lo smaltimento in Libia dei migranti e degli esiliati politici rigettati dall’Italia. “La Libia – afferma Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati di Human Rights Watch – non si può considerare seriamente come un interlocutore in qualsivoglia schema di protezione dei rifugiati, dice l’organizzazione, perché non ha ratificato la Convenzione sui rifugiati, non ha alcuna legislazione in materia d’asilo e invece vanta una triste storia di abuso e maltrattamento sui migranti colti nel tentativo di scappare dal paese via nave”. Come la famigerata prigione di Kufra. Racconta l’eritrea Fatawhit: “A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione”. Ma il nostro governo quando deve smaltire rifiuti è di bocca buona, sia che che si tratti di camorra o dei campioni dei diritti umani violati. In una Roma blindata come nemmeno ai tempi di Bush, Berlusconi accoglie in pompa magna Gheddafi. Un altro dittatore come Lukashenko, un altro vecchio amico di cui il premier va fiero. In fondo, dietro a un piccolo premier c’è sempre un grande criminale.



“dietro a un piccolo premier c’è sempre un grande criminale”.
Sottoscrivo pienamente. Quella di oggi è solo un’altra pagina schifosa della nostra politica estera.
Scritto da marco, il 11 June, 2009 at 15:35