‘Riunione di famiglia’ – Il lato comico di ‘Festen’

Mercoledi, inizia il festival di Yes We Cannes. Il secondo film in concorso sarà ‘Antichrist’ di Von Trier, un evento per chi ama il regista, una data da dimenticare per quelli – non pochi, in verità – insofferenti al suo cinema e alle sue provocazioni. Von Trier è cosi, prendere o lasciare, capace persino di irritare i suoi estimatori più convinti quando confonde il cinema con l’entomologia e osserva l’umanità che scorre davanti al suo obiettivo, senza amore e nessuna indulgenza. E’ successo anche a me d’adombrarmi davanti all’ambiguità, al feroce cinismo, all’arroganza intellettuale di ‘Idioti’ che per 102 minuti racconta l’esperimento di un gruppo di burloni che si fingono ritardati per dimostrare l’intolleranza della gente normale nei confronti dei portatori di handicap. Un film di una perfidia disturbante, di un’intelligenza quasi oscena, salvo negli ultimi straordinari cinque minuti quando il regista torna ad avere il sopravvento sull’entomologo e spiazza tutti con un finale umanissimo e straziante, di quelli che lo spettatore si porta in dote per una vita intera. ‘Idioti’ inaugurò quell’interessante, ma anche un po’ famigerato, Dogma 95, più che un movimento, un’azione depurativa verso un cinema appesantito da troppi effetti speciali e da investimenti miliardari. Il Dogma 95 vietava al regista di accreditarsi e di girare film di genere, metteva al bando luci speciali, filtri ottici, scenografie, oggetti di scena e colonne sonore, obbligava il regista a filmare con la macchina da presa in spalla, era insomma un decalogo un po’ giansenista con il quale, allievi ed epigoni di Von Trier, avrebbero dovuto fare i conti ogni volta che avessero girato un film. In dieci anni il Dogma 95 filiò una quarantina di opere. Il suo creatore, Von Trier, le regole del decalogo le violò già con ‘Idioti’, e nel film successivo, ‘Dancer in the dark’, il Dogma se l’era completamente perso per strada.

Ma da questo cinema sperimentale e ammanettato emerse Thomas Vinterberg, un giovane di grande talento, che nel 1998 girò ‘Festen’, un film ferocemente antiborghese che faceva a pezzi il mito della famiglia con la stessa rabbia del Bellocchio de ‘I pugni in tasca’. ‘Festen’ ricevette il Premio della Giuria di Cannes e spalancò al suo autore le porte del mercato americano. Ma come il nostro Carlei o il macedone Manchevski, Vinterberg in America affondò. Lì, non c’era nessun intestino crasso da depurare, i soldi e gli effetti speciali non erano il male, bensì la terapia, e nonostante abbia lavorato con attori come Sean Penn e Joaquin Phoenix, non riuscì più a trovare lo stato di grazia di ‘Festen’. “Da quando sono in America – confidò Kusturica a Jean-Marc Bouineau sul set di ‘Arizona Dream’ – mi sento come un pesce che non nuota nell’acqua, ma che soffoca nella sabbia”. Anche Vinterberg è soffocato nella sabbia americana, finché non ha deciso di mollare tutto e rientrare in Europa. E a dieci anni di distanza da ‘Festen’ ne ha girato più che un sequel, una variante comica: un ‘Festen’ che vira nella commedia.

.jpg)
‘Riunione di famiglia’ è un bel film, ben girato e fotografato magistralmente da Anthony Dod Mantle, premiato con l’Oscar per ‘The millionaire’, in cui troverete la campagna danese, il complesso di Edipo, un’incongrua orchestrina rumena che suona sempre nei momenti più inopportuni, uno chef che dà la carica alla sua brigata di cucina con l’haka maori, la danza degli All Blacks, il bambino Sebastian che il giorno che suo padre si suicida sorprende sua madre a letto con un’altra donna, e l’uomo Sebastian che scopre che suo padre non si è suicidato ma che è un tenore di fama mondiale che si commuove a sentire le campane del suo paese natale, che beve come una spugna e che si scopa la sua fidanzata. ‘Riunioni di famiglia’ non vale ‘Festen’, ma ha il pregio non trascurabile di restituire al cinema un ottimo regista dopo dieci anni di travagliata latitanza.


