Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

25 March 2009

Date il Pulitzer ad Alfred Sirleaf, vi prego

Non capita tutti i giorni che Matteo Bordone a ‘Condor’ ti definisca ‘uno dei massimi rassegnatori di stampa internazionale’. Il neologismo, coniato lì per lì come un risotto espresso, mi ha strappato un sorriso e perchè no, un moto d’orgoglio che sommato a questo attestato di stima di Alessandro suggella una settimana, almeno per me, da incorniciare. Così ho pensato di festeggiarla con una storia speciale. Quasi tutte le storie davvero speciali che ho raccontato su questo blog erano made in Africa: i quindicimila coccodrilli scomparsi nel nulla del lago Kamnarok, i baraccati di Kibera che dispensano al mondo perle di sviluppo sostenibile – discariche trasformate in fattorie biologiche, grandi cucine ecologiche alimentate con l’immondizia degli slums – Roger Milla che sequestra 120 pigmei, il ranger Kimojino che combatte a colpi di blog il bracconaggio nel parco Masai-Mara, gli scultori di Tabaka che che intagliano nella pietra saponaria la saga della famiglia Simpson, Cyril Mazibuko il piccolo e leggendario zulù parapendista. L’Africa è elementare come i suoi bisogni e le sue tragedie, perchè chi è assediato dalla fame e dalle carestie non si ingombra di metafisica, ma ha imparato tecniche di sopravvivenza che hanno dell’incredibile, che non tengono conto delle nozioni di spazio e tempo e tutto ciò di cui ha bisogno lo costruisce con gli scarti vomitati dalla civiltà. In Africa chi rovista nella spazzatura e trova un blocchetto di calcestruzzo o mezzo chilo di ferraglia arrugginita esulta come se avesse ricevuto in dono un iPhone. Con una tanichetta di plastica di olio i bimbi ugandesi ci costruiscono un Suv rudimentale. Coi rottami di una Honda Civic, di una Toyota e di un 747 schiantatosi al suolo, un nigeriano si è costruito un elicottero (vero, non un giocattolo come il Suv dei bimbi!). Di esempi così, ne potrei elencare per settimane. Ottimismo olimpico, sogni a vagoni, sudore a litri. Ecco la ricetta dell’Africa: credere col poco che ha di poter cambiare il mondo. Dopotutto, gli aerei di carta volano.

Tubman Boulevard è una delle strade più trafficate della city di Monrovia, la capitale della Liberia. Una cicatrice smisurata che attraversa il volto butterato di una delle città più martoriate dell’Africa, su cui si affacciano il JFK Hospital, l’Università, la City Hall e le più importanti ambasciate. Se vi capitasse di percorrerla a un certo punto verreste attratti da una baracca di legno chiaro che come un magnete richiama intorno a sè grappoli di folla. Appesa alla baracca c’è un enorme lavagna e la gente si ferma a leggerla. E’ il ‘Daily Talk’, il quotidiano on the road dell’ingegnoso Alfred Sirleaf, il primo blogger analogico del mondo. E’ un vero e proprio quotidiano che Sirleaf assembla ogni giorno dopo aver letto una mezza dozzina di giornali e aver ricevuto notizie dalla sua rete di corrispondenti che lo tengono informato via cellulare. “La maggior parte dei liberiani non può permettersi di comprare un giornale e se anche avesse i soldi per comprarlo non saprebbe leggerlo. Internet è un lusso per pochi, non parliamo poi dei televisori. Ma questo paese ha un bisogno disperato di informazione: veniamo da due guerre civili, da quattordicianni di violenze e di massacri. Il paese è ancora malato di odio e di corruzione. La gente deve sapere cosa succede ogni giorno in Liberia e io glielo scrivo su queste lavagne, e se non capisce il significato delle parole, parlo a loro col linguaggio dei simboli“. Se la notizia riguarda i soldati dell’Onu, Sirleaf appende sulla lavagna i caschi blu dei soldati delle Nazioni Unite. Se parla del presidente, il simbolo è un coprimozzo cromato. Se il tema è l’energia elettrica, una lampada a cherosene attirerà l’attenzione dei lettori. Per scrivere il ‘Daily Talk’ non impiega mai meno di due ore. I testi devono essere semplici e sintetici, scritti nel broken english che la gente parla in strada- nel giornalismo africano non c’è spazio per le grandi firme, per chi si scrive addosso, per chi si compiace della brillantezza del suo stile; il giornalismo africano è sobrio, pedagogico, sorvegliato, perchè un’espressione incauta può scatenare l’apocalisse.

La calligrafia del ‘Daily Talk’ deve essere chiara, i caratteri grandi e netti da permettere la lettura delle notizie anche agli automobilisti in transito. Sirleaf non è un professionista del giornalismo: ha studiato in una missione americana, poi nel 1990 ha dovuto interrompere gli studi a causa della guerra civile e solo dieci anni dopo ha potuto riprenderli e diplomarsi. Il suo giornale di strada così libero e naif gli ha procurato parecchi guai. Sotto la dittatura di Charles Taylor è finito prima in carcere, poi è stato costretto all’esilio. “E col ‘Daily Talk’ ci riesci a vivere?” – gli hanno chiesto i giornalisti stranieri. “Per adesso no – ha risposto Sirleaf – Se la gente è soddisfatta, ogni tanto ci scappa un regalo. Legumi, riso, pesce secco, carte telefoniche prepagate. Ma forse un giorno, chissà. Magari, troverò uno sponsor”.

© Lorenzo Cairoli

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6 Commenti a “Date il Pulitzer ad Alfred Sirleaf, vi prego”

  1. Visto che la Liberia é al 51.esimo posto nella lista dei paesi a libertá di stampa, se Sirleaf continua cosi´, con un po´di sforzo e qualche sacco di legumi in piu´ di sponsorizzazione, finisce che
    ci sorpassa e buon per lui. Noi, l’Italia, siamo al quarantaquattresimo posto.

  2. L’amore che ci mette si vede pure da come sono ben tenute, quelle lavagne.

    Speriamo che il suo sia un seme che germogli in molti altri esempi, che l’informazione è uno dei bisogni primari.

  3. @Antar: Sono d’accordo con te, quelle lavagne sono un vero atto d’amore.

    @Carlo: almeno a lui regalano i legumi. Tira un’aria grama nelle nostre redazioni…

  4. Arrivo qui via Memesphere. Complimenti. Bel post, bel blog. Tornerò spesso.

  5. @Ottantacento: Guarda che ti prendo in parola! Grazie per l’attestato di stima sul tuo blog.

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