Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

27 February 2009

Prove tecniche di fondamentalismo (e di wahhabismo) a Sarajevo

Sarajevo è la città più simile a Gerusalemme in cui io sia stato. Aveva ragione Andric : Sarajevo è un prodigio. A cento metri una chiesa ortodossa, una chiesa cristiana, una sinagoga e una moschea col suo minareto. Nello spazio di cento metri tutte e tre le religioni di Abramo in una città multietnica, seducente, sorprendente. Non avevo mai visto nulla di simile. Un pope e un iman in fila per lo stesso pane. Musulmani e ortodossi che giocavano a pallone in piazza, ebrei e cristiani che suonavano un rock autarchico su un piccolo palco improvvisato.
Sarajevo – dice bene la Sontag – era la San Francisco dei Balcani. Era una città miracolosa, viva, esuberante. Quello che è successo poi, non riesco a crederlo ancora adesso….

Di Sarajevo scrive Walter Mayr in un inquietante reportage su ‘Der Spiegel’. Questa città incassata nel cuore dell’Europa da sempre è crocevia tra oriente ed occidente, un luogo che condivide l’eredità storica dell’impero ottomano e della mitteleuropa degli Asburgo, un luogo in cui l’Islam convive da secoli con la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa e in cui musulmani, serbi, croati, turchi ed ebrei hanno potuto coabitare pacificamente secondo una tradizione di tolleranza ridotta in cenere dall’ultima guerra. La capitale della Bosnia – più di 750.000mila abitanti – ha ripreso a vivere con la consueta vivacità: nuovi cafè e ristoranti vengon su ogni giorno come l’erba matta, i pub e i bar sono ben forniti, i concerti non si contano e girando per le strade è normale imbattersi in grandi cartelloni pubblicitari di lingerie femminile. Ma qualcosa sta cambiando: gli integralisti islamici si stanno infiltrando lentamente ma inesorabilmente nella vita di Sarajevo. Secondo un sondaggio del 2006, oltre il 3 per cento di tutti i musulmani bosniaci – più di 60.000mila uomini e donne – professavano il credo wahhabita, quello, per capirci, di Osama Bin Laden e di Shamil Basaev, leader dei guerriglieri ceceni e il 10 per cento simpatizzava per questi difensori della morale. Un esempio. Oggi, a Sarajevo, alle donne che accettano il niqab, il velo islamico che lascia scoperti solo gli occhi, viene corrisposto un premio di 500 euro. Ma il simbolo di questa Sarajevo che vira pericolosamente verso l’integralismo islamico è la moschea di Re Fahad. Ogni venerdi, a mezzogiorno, in tutto il mondo, gli imam pronunciano la khutbah, il discorso che orienta la vita e la mente di un miliardo di musulmani. Da diversi venerdi, davanti a quattromila fedeli, le khutbah dell’iman della moschea di Re Fahad predicano la cancellazione di Israele. Animals in human form, gli animali in forma umana, così l’iman definisce gli israeliani, hanno trasformato la Striscia di Gaza in un “campo di concentramento” e questo segnerà “l’inizio della fine” per lo pseudo-Stato ebraico.

I nuovi missionari dell’Islam si sono messi in testa di rispiegare alla vecchia generazione musulmana di Sarajevo cosa è halal e cosa invece è haram, come se la vecchia generazione e i loro antenati per più di mezzo millennio non avessero capito nulla dei precetti coranici. La cosa ha offeso l’iman della Moschea dell’Imperatore a tal punto da indurlo a chiudere temporaneamente le porte della sua Moschea. In 450 anni di storia, un fatto del genere non si era mai verificato

© Lorenzo Cairoli

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3 Commenti a “Prove tecniche di fondamentalismo (e di wahhabismo) a Sarajevo”

  1. Prepariamoci al peggio. Mi sa che tra qualche tempo saremo costretti a riconoscere che i serbi avevano ragione. Adesso comincio a capire cosa mi diceva un mio amico russo.

  2. Sarajevo è sempre stata un capolavoro di armonia multietnica che i serbi sono stati maestri nel far saltare in aria.

  3. [...] ne leggo, qua e qua ultimamente, più mi sembra di capire che i balcani siano la cosa più simile al Medio [...]

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