Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

9 January 2009

I martiri dell’informazione

Paolo Manzo, corrispondente dal Messico de ‘La Stampa’, racconta in questo pezzo i martiri dell’informazione, quella minoranza rumorosa che al grido di ‘Non tenemos miedo’ (Non abbiamo paura) hanno sfidato e denunciato il narcotraffico, a dispetto delle decapitazioni collettive, dell’onnipotenza dei cartelli e dell’onnipresenza dei loro sicari. Racconta di un Messico che sta diventando il nuovo Triangolo delle Bermuda per i giornalisti troppo curiosi: il giornalista scomodo quasi mai muore di morte violenta, viene ‘dissolto’, come un germe nella candeggina, fatto sparire dalla sera alla mattina, in modo definitivo. Se ai familiari delle vittime i cartelli lasciano almeno un braccio maciullato, un orecchio, una testa recisa su cui piangere, ai familiari di questi giornalisti non rimane che aggrapparsi ai ricordi. Manzo racconta anche di Alejandro Fonseca, detto il Padrino, un giornalista radiofonico che sfidò i Las Zetas e che finì sul marmo freddo dell’obitorio con l’addome crivellato. Era una stella dell’etere scrive Manzo, era come il Jean Dominique di Radio Haiti Inter, annoto io, una persona dal sorriso bellissimo, una laurea in agronomia, una passione per il cinema, Fellini in testa. Il suo amico Jonathan Demme lo raccontò in un film, ‘The agronomist’, che le scuole dovrebbero proiettare almeno una volta alla settimana, per ricordare ai ragazzi la bellezza di un ideale, l’amore per la propria terra, la sacralità della libertà di opinione, il valore della dignità, dei diritti civili e di una stampa libera. Dominique visse il suo martirio in uno degli inferni più disperanti del terzo mondo, ventottomila metri quadri di terra chiamati Haiti, in cui persino il Diavolo, la notte, non si azzarderebbe mai a uscire dal suo hotel. Lottò contro i tonton- macoutes di Duvalier, e poi contro quell’Aristide che inizialmente aveva appoggiato, perchè non aveva mantenuto le promesse elettorali e perchè si era lasciato coinvolgere e travolgere dalla corruzione. Verso la fine del film, Demme fa ascoltare una tranche di un’intervista di Dominique proprio ad Aristide. Era il 16 dicembre 1996, e in quell’intervista Dominique accusò Aristide di corruzione. Prima di allora, nessuno sull’isola aveva mai osato rivolgersi al potere in quella maniera. Nessuno. Quell’intervista è uno dei momenti più emozionanti di giornalismo in cui ho avuto il privilegio di imbattermi. Avete idea cosa significhi essere il dittatore di Haiti, dove il regnante può decidere la sorte della sua gente con un solo cenno della mano? Ebbene, contro questo faraone nero, Dominique non usò i guanti ma i guantoni, lo lavorò ai fianchi, lo mise alle corde con le sue domande precise, spietate, incalzanti. Aristide soffrì il francese forbito di Jean Dominique; provò a stopparlo con la flemma del politico smaliziato, ma la flemma lasciò presto il posto all’imbarazzo, all’impotenza, alla rabbia soffocata (male) che ogni cittadino di Haiti potè ascoltare via etere. Martiri così li abbiamo avuti anche noi: basterebbe pensare a tutti coloro che hanno combattuto a colpi di parole la mafia, la camorra e ogni forma di criminalità organizzata. Penso a Mauro De Mauro, cronista tenace dell”Ora’ fatto dissolvere forse in Aspromonte perchè troppo vicino alla verità sulla morte di Enrico Mattei. Penso a Rostagno, Fava, Impastatato, Siani, Francese, Alfano, Cristina, Spampinato. Di questi martiri ce ne sono rimasti pochi. Un Saviano, giustamente blindato, a cui auguro tutta la longevità di questo mondo e qualche strepitosa scheggia impazzita come Raffaele Del Giudice, la vera forza di ‘Biutiful Cauntri’, anche lui con un bellissimo sorriso alla Jean Dominique, e la stessa intelligenza, la stessa lepidezza, la stessa capacità di dirti le cose in faccia senza timori. Un Don Chisciotte dello sfacelo campano, che anzichè scagliarsi contro i mulini a vento si scaglia contro le discariche abusive, i rifiuti tossici, le ecomafie. Se non avete ancora visto ‘Biutiful Cauntri’, correte a comprarlo. C’è quella coscienza civile che generazioni di registi, Oliver Stone in testa, studiavano nei film di Rosi, e che oggi abbiamo barattato come gli indios di Colombo per un pugno di perline e di veline. Con tutto il rispetto per Garrone, questo è il vero ‘Gomorra’ che meriterebbe l’Oscar. Così sincero e atroce, che se un Cannavaro lo guardasse per errore, rattrappirebbe fin dentro le scarpe per tutte le parole incaute buttate in pasto ai media in questi giorni.

© Lorenzo Cairoli

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4 Commenti a “I martiri dell’informazione”

  1. Caro Cairoli,
    grazie per la segnalazione e complimenti per il blog. Quando sarò in Italia, presumo a fine febbraio, mi farebbe piacere incontrarla.
    Paolo Manzo

  2. The Agronomist è il miglior documentario che abbia mai visto. Grande regia, stupenda colonna sonora, indimenticabile la figura di Jean Dominique.

  3. Caro Manzo,
    farebbe piacere anche a me.
    A febbraio, allora.

  4. Biutiful Cauntri me lo vedrò a giorni, grazie per la segnalazione. Sono un grande estimatore di Saviano, e come ho anche scritto altrove sono convinto che Garrone abbia voluto rappresentare la storia con una lingua e un taglio diversi e complementari.
    Ti saprò dire!

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