Finire in strada nella Roma di Alemanno

Il mio notebook ha un’autonomia di due ore che una volta che lo accendi volano via in uno schiocco. Per ricaricare le batterie posso sedermi in un bar e chiedere un favore al titolare, o andare in una biblioteca, o alle Poste. Lì trovo sempre una presa della corrente a cui attaccarmi, prendo un ticket, mi siedo, fingo di aspettare il mio turno e intanto ricarico le batterie, senza chiedere favori, senza spendere un euro per un cappuccino, senza che nessuno mi rompa le scatole. Ma la domenica le Poste sono chiuse. Sono a Roma, Stazione Termini, ho il pc scarico, devo assolutamente leggere la posta, così mi infilo nel primo McDonald’s che trovo. La solita bolgia, la solita puzza di fritto, il solito ciurmaio di adolescenti cinesi, di chiassose famiglie peruviane, di neri che si divertono un mondo a curiosare nei loro pacchettini. Salgo al piano superiore: c’è una sola presa di corrente ma qualcuno è stato più veloce di me. E’ un italiano con un giubbottino grigio lontra, la pelle del viso stanca, gli occhi arrossati. Si gratta forsennatamente il polso sinistro. E’ uno del popolo dei cartoni, penso fra me, un senza fissa dimora; gli leggo negli occhi tanto di quel sonno arretrato che se potesse stendersi sul pavimento dormirebbe fino a Natale. Occupa un tavolino senza consumare. Ogni tanto una cameriera rumena gli piomba alle spalle e gli ringhia un ultimatum – Solo altri tre minuti bello, poi alzi tuo culo e lasci il posto agli altri – lui le sorride mite, annuisce, ma sa benissimo che fintanto che il suo cellulare non sarà carico il culo da lì non lo leverà mai. Gli chiedo se posso sedermi al suo tavolino. Ho notato che la presa è doppia, quindi posso caricare anche il mio pc. Mi fa segno di accomodarmi, così resto mezz’ora seduto davanti al proprietario del giubbottino grigio lontra che dopo un po’ rompe il silenzio e mi confessa (come avevo immaginato) di vivere in strada. Ha convissuto dodici anni con un’algerina. Pochi giorni fa la loro storia è finita, lei se ne è andata di casa e lui è andato in corto. Ed è finito in strada. Lui però una casa ce l’ha. Una casa popolare a Centocelle, mi dice. Mi hanno staccato la luce, ma è una casa grande: tre camere da letto e un balcone enorme, di quelli che in estate ci metti un tavolo e ci mangi la sera. E allora perchè non dormi lì invece di abbruttirti in strada? Perchè ci sono troppi ricordi della mia donna. Provo a ritornarci ogni tanto, ma appena vedo i suoi vestiti mi parte la testa. Quando racconta le sue disgrazie non mi guarda mai negli occhi: ha denti trascurati e una ferita ampia, un’ellisse color carminio in coincidenza del polso della mano sinistra. Continua a grattarsela, come soffrisse di scabbia. Quando si accorge che lo sto osservando, si ferma di colpo, controlla a che punto è la ricarica del suo cellulare, poi riprende il racconto. Mi dice che se non fosse accaduta quella disgrazia oggi le sue gemelle avrebbero sette anni. Quale disgrazia, chiedo. La disgrazia è una tossica che colpì al ventre la sua compagna con una catena. una storia incredibile. Uscivano da un ospedale dove erano andati a ritirare degli esami e la tossica senza motivo si scaglia contro la sua compagna e le tira una catenata sul ventre. L’algerina era già al quarto mese di gravidanza: un’emorragia e addio gemelle. Sto per dirgli che anch’io ho due gemelle, ma poi penso che non è il caso e mi limito a dirgli ‘Mi dispiace’. La sera dorme sulle panchine della stazione, di giorno elemosina soldi ai viaggiatori – ‘Faccio 10, a volte anche 15 euro al giorno’. Li spende tutti in cibo. E’ un senza tetto anomalo. A Roma chi è nella sua situazione non spenderebbe mai 15 euro in cibo, perchè a Roma ci sono tutte le mense che vuoi. Ho un amico rumeno che a Brasov faceva l’autista di pullman. A Natale si è ritrovato la casa infestata da parenti: volevano vedere Roma, il Colosseo, il Papa e Piazza San Pietro. Per un mese li ha scarrozzati da Trigoria ai Fori Imperiali e a colazione e a cena gli ha fatto fare il giro delle mense romane.
Sono tornati tutti a Brasov più in carne di come erano partiti. Il problema qui non è mai il cibo, il problema qui è che non ci sono più posti dove dormire. Una volta c’era una rete di case-famiglia, di centri di prima assistenza, una volta chi finiva nella tagliola della povertà temporanea un letto lo rimediava. Adesso, no. Adesso, la situazione è diventata drammatica. Una delle prime cose che ha fatto il neosindaco Alemanno è stato chiudere centri di prima assistenza. Quello che non è riuscito ancora alla Gelmini in materia di scuola, Alemanno lo ha fatto in materia di solidarietà e di politiche sociali. Ha ridimensionato il centro di San Michele, quello di Castelverde lo ha riciclato in un centro per rifugiati politici, ha soppresso un centro vicino alla Tiburtina e la Casa della Pace. Sveva Belviso, l’assessore alle politiche sociali del Comune di Roma promette che il suo assessorato aiuterà coloro che, magari per storia personale, si sono smarriti.
Prendersi cura di loro, dargli la possibilità di rialzarsi, una protezione, un tetto, un posto, recita la Belviso. Belle parole, peccato che a Roma manchino, e in maniera drammatica, tetti e posti. Che l’assessore invoca e il suo sindaco taglia. Se i senza fissa dimora oltre che il popolo dei cartoni fossero un popolo di elettori, di certo i politici non taglierebbero aiuti con questa disinvoltura, ma un senza tetto ha altri problemi che correre dietro alle balle di Berlusconi o all’esangue opposizione della sinistra e non si sognerebbe mai di denunciare questa sistematica (e inesorabile) soppressione di posti e di tetti. Verso dicembre le cose miglioreranno un po’, perchè scatterà l’emergenza freddo e allora per chi dorme in strada potrebbero spalancarsi le porte del paradiso: un letto in un centro o su un pullmino, invece che dormire nel vagone di un treno, su una panchina della Termini, in una macchina, o su un permaflex di cartoni. Anche nella sfiga occorre fortuna.
Morale: se proprio devi finire in strada cerca di finirci quando c’è l’emergenza freddo….
© Lorenzo Cairoli



E devi sperare che non ti brucino vivo cospargendoti di benzina!
Bel pezzo Lorenzo e auguri per le gemmelle (in leggerissimo ritardo).
Un abbraccio
Scritto da Alfredo, il 12 November, 2008 at 22:15
[...] Finire in strada nella Roma di Alemanno "Se proprio devi finire in strada, cerca di finirci quando c’è l’emergenza freddo." [...]
Scritto da Francesco Costa » links for 2008-11-12, il 13 November, 2008 at 07:04
E’tutto molto vero e triste. L’unica cosa che non convince è il titolo. Non credo che con Veltroni tutto questo non esistesse. O mi sbaglio? Forse era meglio: “Finire in strada nella Roma dei politici”. Saluti
Scritto da Flavio, il 13 November, 2008 at 09:57
[...] Cairoli racconta della Roma dei barboni che ho avuto modo di conoscere, lavorandoci, lo scorso anno: a Roma ci sono [...]
Scritto da Mutando vita | Distanti saluti, il 13 November, 2008 at 16:34
Flavio@
Finire in strada è sempre un pessimo affare. Lo era con Veltroni, lo è adesso con Alemanno, ma Alemanno è riuscito a rendere infernale ciò che era già drammatico.
Alfredo@
Grazie per le gemmelle. E voi tutto bene?
Scritto da lorenzo cairoli, il 13 November, 2008 at 17:00
Flavio, aggiungo io nel piccolo della mia esperienza, che la “Roma dei politici” è il posto meno-peggiore per finire in strada. E moltissimi, dal sud e dal nord, approdano volutamente nella capitale perché è il posto dove ci sono le migliori strutture.
Scritto da Giovanni Fontana, il 13 November, 2008 at 18:20
C’erano…
Scritto da lorenzo cairoli, il 13 November, 2008 at 18:29
signor cairoli, a roma il popolo dei cenciolosi fanno parte della storia come i sanpietrini…. mi stupisce che lei si stupisca
Scritto da TittiCanarinoMannaro, il 13 November, 2008 at 18:38
NULLA SUCCEDE A CASO
di Giovanna Arcidiacono
ex coordinatrice del Gruppo di Lavoro della consulta femminile regionale del Lazio
“DONNE POVERE-i bisogni primari:
LA CASA”
ricordate la fiaba della piccola fiammiferaia???
e non è solo una fiaba!
Vivere per la strada ..a Roma alla Roma di Alemanno o quella di Veltroni, o di Rutelli, Carraro e di tutti i sindaci che l’hanno governata è sempre una grande tristezza…è sempre un grande dolore…una ferita alla dignità umana…Una ferita da curare…Non avere una casa dove ripararsi è umiliante…sconfortante e potrei usare tante altre parole e poi mi viene in mente che vicino alla ex Fiera di Roma c’è la GERIT…quella GERIT che ti ipoteca casa se non paghi una contravvenzione o se dimentichi di pagare una bolletta dell’AMA…questa Roma qui di chi è??? Non è una fatalità ospitare per il freddo tutte queste persone in disagio???…ma?! qualcuno dovrebbe riflettere su queste due vicinanze, chiedersi che gran “affare” gestire la poverta…o no?!?
La fame indebolisce corpo e mente…
ed il resto arrivateci da soli…
comunque che questa iniziativa dia la possibilità alle persone di un pasto caldo, di un tetto per 365 giorni e la possibilità di rintegrarsi nella società
Scritto da fatagarbatella, il 4 December, 2008 at 00:57