Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

21 October 2008

Orhan Pamuk stasera gioca contro Osama Bin Laden

Questa sera torna la Champions League con otto partite. Spicca un Juve-Real che potrebbe costare carissimo a ‘Dead man walking’ Ranieri, Bayern-Fiorentina, la finale di Coppa Uefa che tutti sognavano un anno fa e che Rangers e Zenit sabotarono alla grande e Fenerbahce-Arsenal, che per chi lo ignora, sono le squadre del cuore del Nobel della letteratura, Orhan Pamuk (Fenerbahce) e del Nobel del terrorismo, Osama Bin Laden (Arsenal).

Di calcio e letteratura e di calcio e scrittori, ho scritto qui, ricordando la passione per il futbol che infiammava Pasolini, Nabakov, Galeano e Soriano. Ricordando come Camus sostenesse che tutto quanto di importante sapeva sulla morale umana lo aveva appreso dal calcio. O Javier Marias, tifoso del Real Madrid e sponsor storico del Numancia, che scrisse per nove anni memorabili articoli di calcio su ‘El Pais’ (Einaudi li raccoglie in ‘Selvaggi e sentimentali’). Ieri, navigando in rete, mi sono imbattuto in una bella intervista per Spiegel di Christoph Biermann e Lothar Gorris proprio a Pamuk (Football is Faster than Words) in cui lo scrittore turco parla di calcio, rievoca le sue prime volte allo stadio, ricorda gli spettatori della tribuna vip coi loro sigari sempre accesi e la brezza del Bosforo che sospingeva quel fumo verso di lui costringendolo a lacrimare per tutta la partita. Ricorda le rivalità in famiglia: lui e il padre tifosi del Fenerbahce, perchè tifare Fenerbahce è come convertirsi a una religione, come per David Foster Wallace vivere Federer come un’esperienza mistica, mentre gli zii tifavano per le altre due squadre di Istanbul, il Besiktas e il Galatasaray. Ricorda l’0-8 che l’Inghilterra rifilò a Istanbul nel 1980 alla sua nazionale, un evento luttuoso, una ferita mai rimarginata nei tifosi della Turchia, come la nostra Corea, più della nostra Corea. Parla di come il dittatore portoghese Salazar usasse il calcio come oppio per addomesticare la sua gente, per puntellare il suo regime, al contrario della nomeklatura turca che ne ha fatto una formidabile macchina per produrre nazionalismo e xenofobia. Ma l’immagine più bella e poetica è tutta per i giocatori del Fenerbahce con le loro inconfondibili magliette gialle. Entravano in campo, fluttuando come uno stormo di canarini.

The image that I remember most of all is of the Fenerbahçe players storming into the stadium before kickoff. They were called the canaries because of their yellow jerseys. It was as if they, like canaries, were fluttering into the stadium out of a hole. I loved it. It was poetry.

© Lorenzo Cairoli

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