Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

25 January 2008

Agnolotti&sinagoghe 4) – Giovanni Battista Schellino, di anni 18, vedovo

Giorni fa mi capita sottomano la formazione della nazionale di calcio svedese. Leggo: “Rami Shabaan, Behrany Safari, Jimmy Tamandi, Lourley Chanko, Rade Prica, Dusan Djuric, Stefan Ishizaki, Daniel Majstorovic”. Per non parlare, poi, di Zlatan Ibrahimovic. Una volta leggendo la formazione della nazionale svedese era tutta un’orgia di nomi che finivano in ‘son‘: Olsson, Isaksson, Andersson, Larsson, Torstensson, Halvarsson. Oggi, leggi la formazione e ti sembra di avere in mano una lista di richiedenti asilo politico alla Commissione Nazionale Svedese. Un pout-pourri di curdi, kosovari, liberiani, nigeriani, bangladesi. Tutto questo mi fa tornare in mente Dogliani e le belle chiacchere con i suoi assessori. Fino a poco tempo fa le scuole di Dogliani andavano fiere delle loro squadre di basket; oggi nelle loro squadre si parla solo rumeno e in quelle di calcio, marocchino. Ai bambini italiani di Dogliani non resta che la PlayStation, corsi di degustazione per sommelier e l’arte del ricamo. I padri dei cestisti, invece, hanno saputo ramificarsi altrove.
Gli albanesi si guadagnano da vivere nelle cave di pietra, i rumeni nell’edilizia, i macedoni nelle vigne. In questa Dogliani multietnica dove la domenica Renato Curcio va a messa con Aldo Grasso, e De Benedetti fa la fila in posta con la figlia di Bocca, tre sono le attrattive: il dolcetto che macchia la bocca, la tomba e la biblioteca di Einaudi e la follia visionaria del geometra Schellino, il Gaudì delle Langhe. Il dolcetto è ottimo quasi ovunque, la tomba di Einaudi è una soave marachella, che ha fatto imbufalire una troupe di giornalisti tedeschi.

Si aspettavano una tomba da presidente, quindi un mausoleo o giù di lì, vengono invece portati al cospetto di un prato, dove gli vien detto: “Ecco la tomba del presidente”. Pensano a uno scherzo e passano il pomeriggio a rivoltare il cimitero di Dogliani come se le tombe si potessero nascondere come vecchie cartoline nei cassetti. E invece il presidente riposa davvero sepolto sotto a quel prato, in quel luogo da arcadia, dove i bimbi ridono, giocano, si rincorrono, e, se non fosse blasfemo, su quel prato qualcuno stenderebbe volentieri una tovaglia, e come i personaggi di Manet, farebbe colazione sull’erba.

Il cimitero di Dogliani si nota subito dalla strada. Due file di pioppi cipressini scortano il visitatore a una facciata gotica di un ocra rosseggiante e luciferino. Alzi lo sguardo e resti immediatamente stregato dal gioco delle guglie, che puntano il cielo come oscura, pagana, contraerea. Dice, chi Schellino lo ha studiato non su un libro, ma una vita intera, che il Geometra tenesse conto del contributo architettonico degli alberi, che avesse fatto erigere le guglie alla stessa altezza dei pioppi cipressini così che, il giorno dei Santi, fra brume e nebbie, le guglie del camposanto raggiungessero picchi di struggente misticismo. Un po’ Gaudì, appunto, un po’ scenografia alla Tim Burton, ma del Burton dark, quello di Edward Scissorhands e di Sleepy Hollow. Privo di licenza liceale, Schellino non potè mai fregiarsi del titolo di architetto. Ripiegò sui corsi di geometra per avere subito un pezzo di carta e essere d’aiuto alla famiglia. Ma era un autodidatta che avercene, un lettore eclettico e vorace, una spugna prodigiosa in grado di assimilare algebra, geometria, calcolo, scienza della costruzione, disegno, prospettiva, poesia, canoni dell’architettura. Acquistava libri usati che conservava gelosamente e infittiva di centinaia di annotazioni. Visitava e confrontava tutti i monumenti possibili del Piemonte e delle regioni vicine, viaggiando in treno – il velocifero di allora – o col suo amato calesse. Conosceva tutti i marmisti, ceramisti, scultori, decoratori, pittori e artigiani delle sue zone disposti, pur di lavorare con lui, a qualunque sacrificio. Aveva un testone lanoso, un’aria da galletto, gli occhi di un uomo che non crede alla morte. Anche se la morte segnò la sua vita quando ancora era adolescente.

A 18 anni sposò una tredicenne che correva tutto il giorno per la campagna in cerca di nidi. La sera, stremata, prendeva un panchettino, sedeva vicino alla suocera, le posava il capo sulle ginocchia e si addormentava. Si chiamava Anna Francesca Antonia Chirri e il giorno del parto le fu fatale. Sullo stato di famiglia del Geometra, scrissero allora: “Gio. Batt. Schellino, di anni 18, vedovo“. Tutta Dogliani, le Langhe, molto Piemonte e non solo il Piemonte sono disseminati di schegge del genio del Geometra. La chiesa dell’Immacolata Concezione, di cui disegnò di propria mano persino la decorazione dei cotti che corrono all’esterno, l’antica Chiesa di San Lorenzo col suo bel Campanile, la grandiosa Torre Municipale, la Casa di San Quirico, la Casa di San Rocco, l’ Ospedale Monumentale, la Torre dei Cessi, la Parrocchia del Borgo. Adorava colonne e statue, il barocco sobrio e il gotico, rompeva la staticità e l’algore con slanci febbrili e visionari. Se fosse nato a Barcellona oggi sarebbe popolare e venerato almeno quanto Gaudì. Nascendo invece a Dogliani, grasso che cola se ogni tanto un Cairoli parla di lui. Ah, quasi me ne dimenticavo. Diventò architetto solo dopo la sua morte.

© Lorenzo Cairoli

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7 Commenti a “Agnolotti&sinagoghe 4) – Giovanni Battista Schellino, di anni 18, vedovo”

  1. (e allora accetterò il fatto che oggi io sia meno virtuale, meno elettroni e anima, e più corpo evidente nei commenti – del resto, se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe, domandava il poeta, e spero non lo domandasse a me, ché mi trovo momentaneamente impreparato)
    Arrivai qui proprio sulla scorta di Dogliani, delle Langhe, dei rifugiati cileni.
    Avendo un ultradecennale rapporto geografico, letterario, morale e financo (mi voglio rovinare) mitopoietico con la langa alta tra Murazzano e Monesiglio, terre di malora fenogliana e di giorni di fuoco, mi occorrerebbe sapere se la prima foto in alto si riferisce alla chiesa che si incontra appena fuori Dogliani e dopo il podere Einaudi, sulla strada che magnificamente sale in costa verso Belvedere, passando più avanti per il bricco napoleonico e resistenziale della Pedaggera.
    Già ringrazio.
    F

  2. La Chiesa è lei. La Basilica di Schellino. Oltre c’è la vigna di Mario Cozzo; se invece ti infili nella stradina laterale piombi in una valle amena dove pascolano cinghiali e dove ci sono faraone più rumorose degli Iron Maiden.

  3. [...] Cairoli ha ripreso la sua deliziosa serie Agnolotti & Sinagoghe; parla di Giovan Battista Schellino e Dogliani, [...]

  4. Doppio bacio per questo post, tesoromio. :-*

  5. Ci sarebbe materiale per una gran bella sceneggiatura.
    Grazie per i placidi appunti.
    L.

  6. bellissimo post, letto grazie al tumblr di Petardella che ha l’occhio lungo e fino:-))

  7. Allora, caffe e collirio pagato a Petardella!
    Grazie Triana.

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