Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

19 January 2007

Dudu

Hic sunt leones, scrissero gli antichi Romani sui loro atlanti. Ma la parte dei leoni in Africa, l’hanno fatta sempre i dudu. Dudu è qualunque cosa che ronza nell’aria, che sbatte le ali, che striscia sulle foglie sfrangiate di un banano, che scava lunghe gallerie nel terreno , che svolazza nell’alone viscoso di una lampada, che frinisce sulle foglie carnose del sisal, che oscura i campi divorandoli come una piaga biblica, che ti succhia il sangue nel cuore della notte. Dudu è un popolo miliardi di volte più numeroso dei cinesi e degli indiani messi insieme, a volte ponderato, previdente e operaio, altre volte barbaro, crudele, spietato. Un popolo che vive nei favi, nelle arnie, nei termitai inzaccherati dai bianchi e acidi escrementi degli avvoltoi. Che abita nelle carogne dei cani, nei corpi putrefatti dei morti, nella frutta che marcisce, nel legname umido, nel fango, nella merda.Se un ragno enorme, che distingueresti da una pallina da tennis della Dunlop solo dal rumore che fa quando è colpito da una racchetta, si mette a passeggiare nel tuo letto e tu chiami Kaindi, Kaindi, con una dolcezza inaudita ti dirà di non preoccuparti perché è solo un dudu e se ne andrà, lasciandoti solo col dudu che nel frattempo si è infilato nel tuo cuscino.Se mentre stai giocando a scala quaranta e il salone viene improvvisamente invaso da centinaia di vespe con addomi grandi come i baccelli dei fagioli, e tu sull’orlo di una crisi di nervi, urli a Kaindi che diavolo sta succedendo, lui si liscerà i baffi e minimizzerà perché sono solo dudu.

Nella lingua swahili dudu significa insetto. Qualunque tipo di insetto. Non sono previste altre parole per distinguere la formica legionaria dal ragno o il coleottero dalla zanzara. Per questo, suppliscono i vari dialetti. Ad esempio, scolopendra in lingua giriama si dice kimario. In swahili invece è un dudu.

Abitavamo in una bella casa con un tetto di ‘makuti’ e un parco intorno vasto e lussureggiante. Un giardiniere, Pekesce, passava giornate intere a renderlo più incantevole ; persino nelle ore più calde sentivamo sibilare la sua panga e i colori vivaci delle bougainvillee incendiavano la nostra immaginazione. La casa confinava con la strada (la ‘bara-bara’) deserta di giorno, di notte, battuta senza sosta, dai camion che dalla costa facevano spola con Nairobi. I camionisti avevano fama di essere creature infernali; le foglie di miraa che masticavano avidamente li rendevano invincibili al sonno. Sembravano zombie e come zombie guidavano. Sulle strade erose e irregolari, i loro camion saltavano in continuazione. Facevano venire i capelli bianchi ai ciclisti ; i pedoni li maledivano, i greggi di capre appena li sentivano arrivare rompevano le righe come eserciti in fuga. Se tutto andava bene, travolgevano solo polli e babbuini.

La miraa è una pianta che cresce spontaneamente in tutta l’Africa Orientale. In Kenya è famosa e apprezzata quella di Maua nel distretto di Meru. E’ stimolante, dà euforia, mantiene alta la soglia di attenzione, perché contiene lo stesso principio attivo delle anfetamine, il cathinone. Qualcuno potrebbe pensare a una Red Bull più tosta, ma una ricerca commissionata nel 1975 dal United Nations Narcotic Laboratory evidenziò che la miraa di Meru conteneva la più alta concentrazione di cathinone tra le piante della stessa specie che crescono in Medio Oriente, Yemen e Madagascar. Una vera bomba, tanto da indurre l’International Narcotic Control Board a includerla nella lista delle sostanze psicotrope sotto controllo internazionale. Il cathinone stimola la produzione di dopamine il cui accumulo nel sistema nervoso è causa di incubi, allucinazioni, comportamenti aggressivi – si pensi ai camionisti e al loro modo di guidare intimidatorio. Inoltre l’abuso di miraa erode i denti e lascia su quelli che restano una disgustosa patina marrone. Il tetto di makuti era fatto da lunghi travi di casuarina, un albero presente lungo i litorali marini, in filari, come barriera frangivento. I travi erano intrecciati con lunghe foglie di agave e di palma di cocco.

Il makuti è esteticamente gradevole da vedere ma presenta un inconveniente ; si usura presto. I residenti suggerivano di cambiarlo ogni cinque anni, in caso contrario sarebbe marcito rapidamente e nel makuti marcio avrebbe trovato asilo ogni genere di schifoso parassita. Quando il nostro makuti cominciò a dare segni di usura, ne parlammo con la nonna. Lei chiamò il vecchio che glielo aveva costruito. Arrivò con un furgoncino Toyota rumoroso come il carnevale di Bahia. Mandò il nipote, a controllare il tetto e prima che potessimo aprir bocca, il piccolo gibbone era già su che urlava indicazioni al nonno. Gli urli non promettevano nulla di buono. Il vecchio prese un blocchetto, vi scarabocchiò sopra, fece un po’ di teatrino corrugando la fronte, storcendo la bocca, scuotendo la testa e a sopralluogo finito chiese a mia nonna una cifra che la fece impallidire. Quando il Toyota ritornò ai coriandoli di Bahia, mia nonna, alzando lo sguardo verso il makuti , arrivò alla conclusione che si poteva tirare avanti un altro anno senza metter mano al portafoglio. Errore imperdonabile. Quando arrivarono le grandi piogge, il nostro makuti cominciò a brulicare di tutto, infestato da insetti mai visti e non solo da insetti. La notte non si riusciva a chiudere occhio ; lassù, nei travi che marcivano, migliaia di piccole creature insonni, si scatenavano in una assordante lambada che finiva solo alle prime luci dell’alba.

Le scolopendre sembrano smarties incollati uno sull’altro. O tutte rigorosamente nere o tutte rigorosamente rosa e sull’ultimo smartie due antennine, per indicare al regno animale che lì è ubicata la testa e non il culo dell’insetto.

Sono Chilopodi, una sottoclasse degli Epimorfi, predatori aggressivi, dotati di veleno che inoculano nelle vittime tramite artigli posizionati lateralmente chiamati forcipule o massillipedi. Queste appendici una volta erano il primo paio di zampe, evolutesi nel corso del tempo come vere e proprie armi di offesa. Sul veleno delle scolopendre ci sono tante scuole di pensiero ; per alcuni il loro morso è doloroso come quello di una grossa vespa, ma il veleno che inoculano se confrontato con quello di certi ragni non è così potente e soprattutto non è mortale ; i residenti di Malindi e i giriama la pensavano diversamente e al morso delle scolopendre, specie di quelle nere, attribuivano la causa di numerosi decessi.
Una mattina feci la doccia nel bagno grande. Era in realtà una vasca sormontata da un’inutile e tristissima tendina di plastica, di un beige ‘Europa dell’Est prima della caduta del muro’ con un’asta per fissare il tubo della doccia che non permetteva di superare il metro e cinquanta, che mi costringeva sempre a lavarmi ingobbito. Quella mattina non so chi, se Dio, Maometto, Budda o lo sciamano del giardiniere, mi fece tenere gli occhi sempre puntati sul troppopieno della vasca. Non appena l’acqua scrosciò, una scolopendra nera saettò fuori dal troppopieno. La pelle mi si accapponò all’istante ; quando vidi che stava caricando il mio piede come un toro infuriato, senza pensarci due volte, diedi una spallata alla tendina. Cascai sul pavimento rovinosamente. Mi rialzai a fatica, mi liberai della tendina con un calcio, afferrai uno zoccolo e mi abbattei sulla scolopendra come una furia. La colpii, la colpii, la colpii e anche quando ormai era solo una gelatina nera, io continuai a colpire e smisi solo quando il braccio cominciò a farmi male.
Mi ci vollero molti giorni per smaltire lo choc, anche se quella scolopendra continuò a strisciare nei miei incubi ; mi svegliavo nel cuore della notte fradicio di sudore e la prima cosa che facevo era scostare le lenzuola e guardarmi i piedi. E benché non ci fosse nulla, io la sentivo lì, annidata in qualche anfratto, magari nel makuti. Soprattutto quando la luna si spegneva e il vento fischiava incollerito.


Gli scorpioni avevano una bizzarra predilezione per l’ingresso dell’unica farmacia di Malindi. Ogni volta che, avvicinandomi alla porta a vetri notavo una strana inquietudine tra i clienti, un modo di disporsi anomalo, tipo forcella da rabdomante o a coda di pavone – tutti ai lati, nessuno al centro – capivo che lo scorpione era arrivato. Nessuno si prendeva la briga di calpestarlo. Soprattutto gli inglesi. Per loro uno scorpione all’ingresso della farmacia era la cosa più naturale di questo mondo come Dio che salva la Regina , come il malto nella birra, come le gaffes del Principe Carlo. Facevano la fila per il chinino e ogni tanto buttavano un’occhiata più seccata che preoccupata al pavimento. E lo scorpione col pungiglione sollevato, finiva sempre col nascondersi dietro ai barattoli di latte in polvere della Mellin.

Il Nairobi eye, l’occhio di Nairobi, è un insetto che sembra nato da una un anatema di Osama Bin Laden. E’ un piccolo coleottero della famiglia delle Staphylinidae, noto agli scienziati come Paederus sabaeus. E’ piccolo, con elitre corte che coprono meno della metà dell’addome e di colore rosso e nero. Se viene accidentalmente schiacciato sulla pelle, nelle ferite superficiali provocate dallo sfregamento delle ali chitinose, libera un fluido, o meglio, una scia, come la bava delle lumache, così urticante da procurare ustioni di secondo grado. Un militare della base San Marco, in Kenya solo da una settimana, era tormentato da uno di questi insetti. Da quando aveva iniziato a parlarmi, non gli dava requie; gli volava ostinato sul petto villoso, con una predilezione feticistica per i suoi capezzoli color rene. Il militare provò un grandissimo piacere a ucciderlo. Lo spiaccicò col palmo della mano e se lo sfregò con un massaggio circolare su tutto il petto. Le ali chitinose del piccolo coleottero infierirono su di lui come rasoi. La sera lo portammo dallo sceriffo, il sarto somalo della Old Town. Urlava, aveva il petto in fiamme, vesciche enormi che partivano dai capezzoli e arrivavano all’ombelico. Sembravano sfere di vetro soffiato. Lo sceriffo sterilizzò un ago lungo come una candela e con quello gli bucò le bolle.
Quando si stendeva la biancheria ad asciugare al sole, occorreva fare attenzione. Ci sono mosche che hanno la deplorevole abitudine di deporre le uova all’interno della biancheria intima. Slip, boxer, perizomi, vanno sempre stirati ; il calore del ferro elimina le uova. A Pekesce, il nostro giardiniere, le mosche deposero le uova sotto alle unghie delle mani. Quando iniziarono a crescere Pekesce impazzì dal dolore. Si ubriacò col pombe, una birra oleosa e maleolente, che si ottiene fermentando lo zucchero e il miglio. Tolse la benzina dalla macchina tagliaerba, accese un falò, ci buttò dentro la benzina, ci buttò dentro le mani e urlò. Urlò talmente forte che i cani delle ville abbaiarono tutta la notte. Per due settimane non si alzò dal letto. Venne un suo cugino dal villaggio a sostituirlo. Nel frattempo, due delle quattro mogli di Pekesce tornarono alle loro tribu. Scoprimmo in seguito che aveva chiesto ai loro genitori di rateizzargli il pagamento delle doti; adesso che lo vedevano a letto, febbricitante, con le mani piagate, erano convinti che non avrebbe più onorato il suo debito. Un proverbio persiano recita che " se la fortuna vi si rivolta contro, perfino la gelatina vi spezzerà un dente ". Quelle uova infinitesimali furono la gelatina di Pekesce e per colpa loro, metà del suo harem gli andò in fumo.

Ci alzavamo con la luce del sole. Gli upupa dondolavano sui rami i loro ciuffi erettili e ci davano il buongiorno col loro verso sordo, rauco e un po’ deprimente che ripetevano all’infinito. Il loro verso faceva sembrare la temperatura più calda. Facevamo colazione in veranda. Il latte a Malindi lo vendevano in buste di plastica, come quelle della mozzarella, ed era razionato. Ne concedevano una sola per famiglia. Quel latte era di una bontà sconvolgente. Sebbene lo mungessero da vacche magrissime, quasi scarnificate, era un vero champagne caseario che nessun latte svizzero avrebbe mai eguagliato. Mamma imbandiva la tavola di frutta. La papaya non piaceva a nessuno, nemmeno a lei che la riciclava nelle marmellate. Per il mango invece, avevamo tutti un’adorazione. Mamma si prendeva sempre l’osso, la sua passione. E mentre facevamo colazione, guardavamo i corvi planare sulle bougainvillee e ammassarsi sui rami come a una riunione di condominio.
Pekesce tagliava l’erba con le sue magrissime gambe infantili e con una buffa bandana da premier che gli fasciava la testa. Ogni tanto qualcuno si avvicinava al cancello facendo oscillare larghe sporte di vimini. A volte erano venditori di cocchi acerbi, fantastici da bere nell’ora più calda, a volte pescatori di gamberi di fiume, a volte di granchi, i prelibatissimi kaa. Quei granchi avevano qualcosa di preistorico. Intanto erano enormi; se li posavi su una bilancia pesapersone, non ci stavano, se poi cominciavano a muovere le chele, dalla bilancia, cascavano giù. Il loro esoscheletro giallo marte, un giallo che tende all’arancione, presentava chiazze granata e bordeaux in prossimità delle chele. I loro occhi composti, sferici, mobilissimi, montavano su peduncoli. Assomigliavano agli elmi dei gladiatori e incutevano lo stesso timore. In particolare agli elmi traci, quelli con la calotta emisferica a tesa larga e con l’apertura a grata sulla visiera. Se poi avanzavano verso di te, sollevando le chele e facendole rotare lentamente a 180 gradi, allora più che agli elmi e ai gladiatori, il pensiero correva alla prima guerra mondiale e ai carrarmati Mack IV, con quel loro rotare i cannoni lento, macchinoso, quasi a scatti.

Quando i venditori bussavano alla nostra porta, compravamo tutti i loro granchi.
Fuori dalla cucina, avevamo un grosso lavandino esterno che usavamo per lavare le tovaglie e le lenzuola. Kaindi rovesciava i granchi lì dentro e per ore, chi ci passava accanto, sentiva un ticchettio surreale. Talvolta però qualche granchio riusciva a evadere dal lavandino, subito imitato da altri, così, all’improvviso, ci trovavamo il soggiorno invaso da un bizzarro telo arancione, che alzandosi e abbassandosi svelava decine di granchi con le chele sollevate che pizzicavano rabbiosamente l’aria. Ho letto qualcosa di simile in Chatwin, nel postumo Che ci faccio qui ? . All’età di tredici anni fu ospite di una famiglia svedese in una fattoria di Lundby Gard presso il lago di Yngaren . Consumava pasti a base di luccio, pesce persico e gallette Ryvita, visitava tombe vichinghe sotto i frassini e andava a vela in dinghy. Scrisse : " Nella Svezia centrale c’era un lago, e in mezzo al lago un’isola sulla quale nidificavano i falchi pescatori. Il primo giorno della stagione dei gamberi vogammo fino alla capanna del pescatore e tornammo indietro portando a strascico, dentro la rete, circa centocinquanta gamberi. Quella sera i gamberi uscirono dalla cucina ed entrarono nel soggiorno, una montagna scarlatta coperta di aneto" .

Ma i granchi sono un’altra storia. Specie se hai la sventura di farti pizzicare da uno di loro.Una sera giocavamo tutti in sala a scala quaranta. Le birre Tusker che allungavamo con la Seven-up finirono presto. Mamma si alzò, raccolse le birre vuote su un vassoio e andò in cucine a prenderne altre. La vidi allontanarsi con la coda dell’occhio, poi sentì un urlo raggelante e il rumore delle birre in frantumi. Un attimo dopo la sala fu invasa da un flusso infinito di vespe che usciva a ventaglio dalla cucina. Volavano a centinaia ; mai viste così grandi, gli addomi gonfi e lunghi come i baccelli dei fagioli. Ficcammo tutti la testa sotto al tavolo, io mi coprì la testa con le braccia, mentre la sala ronzava come una piaga biblica. Poi mamma rientrò seguita da Kaindi. Avanzava impavida con un asciugamano sul volto, sparando DDT alla cieca, sparandolo dappertutto. La battaglia durò qualche minuto, nel frattempo Kaindi spalancò una finestra: quelle che non si misero in salvo, caddero stecchite sul pavimento. Kaindi le scopò via e ci fece tre cumuli e quando mamma prese la paletta per gettarle nella spazzatura Kaindi la fermò con un sorriso. Se ne andò a casa, con le vespe avvelenate stipate in una busta di plastica e qualche giorno dopo quando mamma gli chiese che ne aveva fatto, le sorrise come un gatto.

"Erano buonissime"- le sussurrò e mentre mamma faceva roteare i suoi occhi divertita, lui le raccontò che nell’ugali, quelle vespe erano state ‘impareggiabili’.

 

 

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5 Commenti a “Dudu”

  1. Che dire?
    Come al solito, estremamente godibile.
    ciao,guido

  2. Tutto qui ? Lunedi apri un blog, banda, forbici, fascia tricolore, e non ci dici niente? Qualche anticipazione, eh ?

  3. Splendido. Ma mi sa che ho bisogno d’un antistaminico solo a leggerti…Aaaaargh!
    http://www.vigliero.com/camp1.html

  4. Consueto splendido spaccato d’Africa, Cairoli.
    Peccato per la pelle d’oca che mi è venuta…

  5. la storia dello scolopendra mi ha impaurito

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