Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

13 March 2013

Prevedere l’elezione del papa argentino nella selva del Choco

Nessun Commento »

25 February 2013

Diario Colombiano (183) – Malasanita’, la bufala della biodiversidad chocoana e gli afro, basurero de Colombia

 

La Colombia è un paese di clamorose contraddizioni dove si è capaci di insorgere per l’uccisione di un ippopotamo di mezza tonnellata e infischiarsene se il paese straripa di eternit, un paese dove la gente non esita a lanciarsi in una rissa – e magari a lasciarci la pelle – mentre s’inventa tutte le scuse del mondo pur di sottrarsi a una donazione di sangue – negli ospedali colombiani ogni giorno ci sono 4000 richieste di sangue contro le 2054 del Venezuela, le 958 dell’Ecuador e le 821 del Perù. Un paese dove si difende la hicotea e i gamberi dalla pesca illegale e indiscriminata, dove ci si riempie la bocca di biodiversita’ e di ecosistemi – specie qui in Choco – e poi nessuno proibisce la vendita delle famigerate creme sbiancanti a base di idrochinone. Perché famigerate? Perchè contengono, tra le altre cose, l’idrochinone, un fenolo usato in dermatologia come depigmentante nel melasma che l’Unione Europea ha messo al bando nel 2001 (ma anche Australia e Asia, Giapone in testa)  perchè nocivo, irritante, allergenico, pericoloso per l’ambiente, ma soprattutto, potenzialmente cancerogeno.

La dermatologa Suzanne Oumou Niang dell’ospedale «Aristide Le Dantec» di Dakar ha dichiarato guerra alle creme sbiancanti e a questa delirante psicosi che ogni giorno di più contagia i suoi connazionali. «Purtroppo, non si tratta più di casi isolati – si lamenta la Niang – ma di una vera e propria piaga. Come l’infibulazione o il breast ironing. Una tara culturale che va combattuta e sradicata. In Giamaica, più sei nero più sei puro. In Africa, paradossalmente, avviene il contrario. Queste creme contengono costicosteroidi dagli effetti collaterali micidiali. Il guaio è che si possono acquistare ovunque, senza bisogno di prescrizioni mediche. Provocano acne, smagliature, macchie nere, ascessi, quando va bene. Quando va male, sono causa di retinopatie, diabete e tumori”.

Con prodotti come Hidroquinona, Crema DivinaSorel Plus, prodotta in un sedicente laboratorio di Envigado’ o White Secret  si ripete la stessa lurida storia dell’Eternit che infesta la Colombia e uccide i colombiani, senza che i colombiani lo sappiano, con la silente e cinica omerta’ dello Stato.

Perche’ i negri colombiani devono rovinarsi la salute comprando spazzatura che l’Europa ha dichiarato fuorilegge da 12 anni? Perche’ lo Stato non muove un dito per proibire o per perseguire legalmente chi si arricchisce sulla ‘pelle degli altri’ quando e’ perfettamente consapevole dei rischi prodotti da queste creme?

Il Choco si liberi di questa favola della biodiversita’, uno specchietto per allodole buono giusto per farci due ore di classe in collegio. Che biodiversita’ puo’ esistere in questo dipartimento o ecosistema dove le miniere contaminano i fiumi col mercurio, dove le foreste scompaiono come dissidenti nell’Iran di Ahmadinejad? Che biodiversita’ puo’ esistere a Quibdo’ quando le tractomulas saturano l’aria che respiriamo coi loro miasmi mefitici? Quando e’ fantascienza pensare di camminare per le strade con tuo figlio in carrozzella perche’ le strade sono mostruose groviere, buchi enormi e infidi che diventano letali con l’oscurita’?

Che biodiversita’ puo’ esistere in una citta’ dove uno si sveglia e comincia la giornata gettando la borsa con la spazzatura nel canale che gli scorre sotto casa? Che biodiversita’ puo’ esistere in un paese dove si adultera tutto? dai libri di Gabo al trago? dove del pollo che ti vendono nella tienda non sai nulla. Quando e’ morto? Da dove viene? Quante volte e’ stato congelato e scongelato? Fino a quando e’ commestibile e a partire da quando mi rovinera’ la salute?

Quibdo, Choco, Colombia negra e mestizxa, afro, negros, cholos, colombianos, paisas, rolos, costeños, aprite gli occhi. Imparate ad avere piu’ rispetto per la vostra salute. Invece di stordirvi con la rumba. Invece di fuggire la realta’, perdete un po’ di tempo a informarvi. La vostra vita e’ gia’ un disastro. Non permettete che diventi un inferno. Qui a Quibdo, Clinica Vida, carrera 4, ci sono ginecologi che non sono ginecologi, che ti prescrivono farmaci senza controllarti la vagina e che quando finalmente ti visitano e applicano uno speculum, per vedere lo stato del collo uterino lo illuminano con lucina di un cellulare (Dottor Hugo, Medellin, Clinica Vida, 43.000 pesos per una visita di 12 minuti). O la clinica di Nuqui dove nessuno e’ capace a medicare un dito con sospetto di lussatura pero’ ugualmente ti fanno pagare 45.000 pesos per la loro inettitudine

 

 

Nelle farmacie di Quibdo e di tutto il Choco, il cinismo dei paisas tocca apici impensabili. Per curare un trauma al piede, una sospetta lussazione a un dito, una contrattura alla mano ti sdoganano la pomata Vacol un farmaco non destinato al consumo umano. In veterinaria questa pomata si utilizza come coadiuvante nel trattamento di infiammazioni di tipo traumatico in cavalli, caprini, ovini, suini, bovini e cani. E questa sarebbe questa la biodiversita’ chocoana?

Nessun Commento »

22 February 2013

Pepe Mujica come Pepe Carvalho – “La marijuana? Cucinatela! E’ piu’ sfiziosa del basilico!”

Il presidente ‘Quaresima’ Mujica s’inventa la marijuana gourmet per mettere in ginocchio il narcotraffico in Uruguay

Ex dirigente tupamaro, il presidente uruguayano Pepe Mujica vive con meno di mille dollari al mese in una finca alle porte di Montevideo, con la moglie senatrice e un cane senza pedigree, in cui coltiva le sue verdure e le sue amate piante aromatiche. Per anni è andato in Parlamento sempre in Vespa – altro che il Gregory Peck di “Vacanze Romane”. Possiede una vecchia Volkswagen color verde bottiglia, del valore di 1900 dollari mentre nelle occasioni ufficiali riceve i capi di stato stranieri a bordo di una Chevrolet Corsa.

Se un giornalista gli chiede un’intervista, Pepe l’asceta gli dà appuntamento al bar de Vida nel popolare barrio Belvedere dove si presenta senza scorta, come un qualsiasi cittadino o un serafico pensionato in libera uscita. Eletto il primo marzo del 2010 il minimalista Mujica ha rivoluzionato il suo paese come nemmeno Copernico si sogno’ di fare con le orbite dei pianeti. Citando Seneca «Povero non è colui che possiede poco bensì colui che brama di possedere troppo. Così passa la vita maledicendo di non avere nulla» e al grido di «la felicidad no es gastar y llenarse de cosas. Es llenarse de tiempo libre», Mujica si è battuto per la legalizzazione dell’aborto, della marijuana – «la tossicodipendenza e’ una malattia, guai a confonderla col narcotraffico» – e dei matrimoni gay.

La nuova sfida di Pepe l’asceta, è quella di insegnare ai giovani a consumare correttamente la marijuana per diminuirne gli effetti e limitarne i danni. In sinergia con il segretario generale del Consiglio Antidroga Nazionale – Julio Calzada – Mujica sta varando una campagna destinata ai giovani su come consumare la marijuana. Evitare, ad esempio, di fumarla per non danneggiare i polmoni ma inalarla o consumarla con cibi – da qui la nascita di ricettari in cui la marijuana diventa base per tisane, torte, ripieno per empanadas, panacea per ingagliardire salse, per macerare pesci e carni destinate ad essere asade, manosanta per zuppe, per rendere più stuzzicante la mayonese per il sandwich olimpico e per l’agnello e la carne di nandú.

Il resto qui, su ‘La Stampa’ di ieri….

Nessun Commento »

19 February 2013

Diario Colombiano (182) – Istmina, Corleone colombiana


Tra Quibdo e Istmina ci sono solo due ore di bus pero’ quando arrivi nella citta’ degli Istmineños fiuti subito un’aria diversa, l’odore acre dell’illegalita’ inarginabile, il miasma di una citta’ apparentemente normale ma dal cuore di tenebra, perfida, occulta, insondabile, con traquetos che la presidiano aggressivi e tracotanti come galli da combattimento. La droga passa di qui. E si vede. Ci sono hotel che paiono cattedrali nel deserto, molti di piu’ di quanti non ne abbia la capitale. Macellerie che a Quibdo te le sogni perche’ al narco come al mafioso – ‘Goodfellas’ insegna – piace mangiare bene e fruttivendoli che hanno di tutto, frutti che arrivano da ogni angolo del Sudamerica. Un esempio: le melanzane a Quibdo sono impresentabili e tumescenti, a Istmina rasentano la perfezione. Persino breva, una sorta di fico, difficile da reperire anche nel babelico mercato Bazurto di Cartagena. Qui il denaro, il benessere, l’opulenza hanno tattilita’, stagnano in ogni angolo, come i luoghi in cui si lava il denaro – penso all’hotel ‘Los Balcones’ una struttura barocca e esagerata in cui brulicano piu’ cameriere che clienti. A Istmina si mangia malissimo, almeno nel centro e in quella che chiamano la zona rosa. In compenso ci sono 5 ponti – de los amantes, de pueblo nuevo, del hospital, de san agustin o alambique e de san juan – 7 chiese e al posto dei taxi e dei rapidmoteros dei mototaxi a due posti che sembrano dei buffi trolley motorizzati.

Nessun Commento »

26 January 2013

Diario Colombiano (181) – Lloro, la citta’ piu’ piovosa del mondo – Aiutiamo la sua scuola

Lloro e’ una citta’ del Choco di poco piu’ di 10mila abitanti. Ci si arriva a bordo di una chiva, un grande bus aperto, costruito sul telaio di un camion, con panche di legno e colori vivacissimi dappertutto – predomina il giallo, il rosso e l’azzurro, i colori della bandiera colombiana. Piu’ che su un bus si ha la sensazione di viaggiare a bordo di un quadro naif haitiano.

La strada e’ pessima. Ad ogni dosso, ad ogni buca, la chiva sobbalza, s’impenna, ti spinge i reni in gola. I corpi dei passeggeri sussultano come manichini, le scosse sono ritmiche e il sobbalzo diventa quasi un ballo collettivo. Forse e’ per via della chiva che i colombiani hanno la danza nel sangue.

La prima cosa che ti colpisce di Lloro e’ il ponte. Un ponte che sembra un feroce pesce d’aprile. Sotto ai tuoi piedi pare cedere da un momento all’altro. I passi rimbombano e come onde scuotono il pavimento di lamiera. Avanzi ondeggiando, vacilli come un etilista, e quando ti sussurrano che sul pontetra nsitano anche le moto, straluni gli occhi.

Se il Choco e’ un dipartimento dimenticato, isolato e discriminato, Lloro lo e’ ancora di piu’. Quando l’ultima chiva parte per Quibdo, la capitale, a Lloro si vive una sorta di coprifuoco. Nessuno rapidmotero, cosi’ chiamano in Choco i mototaxisti, si azzarda ad uscire dalla citta’ quando cala il sole. Perche’ nelle strade si riversano guerriglieri e paramilitari. Cosi’ tutti restano in paese a bere birra, a giocare a domino, a vedere la tivu’ e chi vive senza elettricita’ nelle fincas che si specchiano sul fiume Atrato e sul Mumbaradó, esorcizza la notte ascoltando musica dalla radio, ballando nelle tenebre e facendo l’amore nei letti dove le zanzariere sono spesse come reti di pescatori.

Cercando oro

La citta’ vive di pesca e di agricoltura – cacao, borojo, ananas, riso, platano e yucca. Nelle miniere c’e’ oro e platino ma solo per i suoi proprietari, paramilitari riciclati, che pur di strappare alla terra i suoi tesori infrangono qualsiasi regola e piagano la natura con un abuso forsennato di esplosivi. Nei fiumi si pescano pesci di piccola taglia come le sardine di acqua dolce e il guacuco che sembra un fossile ‘pescato’ da una bacheca dell’Americam Museum of Natural History. E quando e’ stagione il bocachico, la trota, diciamo cosi’, dei colombiani, di cui scrive anche Gabo nell”Amore ai tempi del colera’.

Canna da zucchero


Borojo

Frutto del cacao

Ma la particolarita’ che rende Lloro una citta’ da Guinnes dei primati e’ la pioggia. Potete girare tutto il pianeta, dalla Tasmania all’Uzbekistan, e non troverete una citta’ cosi’ piovosa, con una piovosità media annua di 13.300 millimetri. Nonostante cio’ la pioggia a Lloro e’ benedetta come le maree in Bretagna. Perche’ in assenza di un acquedotto, di reti fognarie, di acqua potabile nelle case, l’acqua piovana e’ manna caduta dal cielo che permette di lavarsi, di lavare i piatti, di lavare i vestiti, di bere, cucinare, di evacuare le feci e l’urina dai bagni maleolenti.

Il centro di Lloro e’ piccolo ma grazioso. Una lunga piazza verticale che ascende fino a una chiesa ocra con vetrate azzurre, un campo di basket che ammicca davanti al centro medico e alla farmacia, cafe internet, barbieri e una sala da biliardo. La scuola sembrerebbe una struttura graziosa ma a visitarla scopri che cade a pezzi. Buchi che butterano i pavimenti, che squarciano i tetti, con gli studenti che ogni volta che piove duro devono scappare dalle classi, con un refettorio fatiscente. Lo Stato concede solo 80mila pesos a studente meno di 40 euro annuali. Una miseria. Che non permette alla scuola di tenere sul libro paga un custode, un paradiso per i ladri che di quando in quando razziano quel poco che e’ rimasto nella scuola. Libri, vecchi computer, mappe geografiche. Stiamo lavorando alacremente per rimettere in sesto la scuola, bonificarla dai buchi e permettere ai suoi studenti una vita scolastica normale. Chi fosse interessato a collaborare, qualsiasi donazione e’ ben acccetta, puo’ scrivere a questo indirizzo e-mail dipenale@hotmail.com

© Lorenzo Cairoli/Diana Cairoli Ledesma
/>

Nessun Commento »

13 January 2013

Diario Colombiano (180) – Mia moglie Diana

Adesso capisco perche’ il Choco nel mio Destino. La Colombia era solo un pretesto. Un fiocco, un nastro, su un pacchetto regalo. E che regalo, accidenti. Mi sono innamorato della tua grazia, del tuo sorriso, della tua allegria contagiosa, dei tuoi occhi intelligenti, della tua ironia. Mi hai fatto tornare adolescente, mi hai regalato emozioni che non provavo da una vita, mi hai preso per mano e mi hai insegnato che da soli non si va da nessuna parte. Bisogna sempre appartenere a qualcuno. Altrimenti siamo solo falene che turbinano impazzite intorno ai fanali della vita. Qualunque tramonto che incendia il fiume Atrato, qualunque spiaggia del Pacifico che istiga al superlativo, qualunque meraviglia di questa terra – un colibri che ti danza sotto agli occhi, le case lemoncake della piazza di Marsella, il prodigio di Puntagallinas, il luogo piu’ a nord e piu’ vicino a Dio di tutto il Sud America – sbiadisce di fronte al tuo sorriso. Con un bacio hai riperimetrato la geografia dei miei sogni, con la tua grazia nel mio solitario daltonismo e’ esplosa la luce. Adesso il Choco ha i tuoi occhi, l’abbacinante albedine del tuo sorriso, il tuo profumo di donna che ogni volta che lo respiro mi ubriaca di felicita’. Adoro ridere con te, seguirti nei barrios di Quibdo di cui conosci ogni segreto, persino le signore che ti affatturano con la magia bianca, Comprare al mercato erbe miracolose e poi, come in un rito sciamanico, lavarci insieme, scacciando la malasorte nel vapore e nel sapore di resina. Adoro abbracciarti forte forte, svegliarmi la mattina e vedere il tuo corpo felino e caldo accanto al mio e quando corri in bagno cercare il tuo viso nelle pieghe del cuscino. Mi incanti perche’ sei una viaggiatrice come me, la stessa curiosita’, la stessa fame di vita. Fra pochi giorni saremo la famiglia che sogniamo. E saremo in tre. Io , te e la nostra Kimberly. Sempre in viaggio per capire e aiutare la gente della nostra terra. Ti adoro Diana, incantevole, ineguagliabile Audrey Hepburn di Quibdo

1 Commento »

10 January 2013

Diario Colombiano (179) – 2013, 2014, 2015, 2022, 2034, 2041….

Ho sempre detto che mi sarei sposato con una chocoana…

Nessun Commento »

4 January 2013

Diario Colombiano (178) – Pensieri umidi rottamando il 2012 (Post in cui si parla di lampadine colorate, alcol a fiumi, ragazze troppo facili, Sam Peckinpah e Blackberry)

“Il centro della città è illuminato, la periferia quasi al buio. I negozi si devono vedere, le persone possono anche scomparire”. Questo scrive Stefano Benni dei Natali all’italiana nella ‘Grammatica di Dio’.

Qui tutto era illuminato, a cominciare dalle persone. E il Natale a Quibdo e’ stato memorabile. Ogni casa sembrava competere con l’altra in una gara di luci, decori, scenografie. Lampadine colorate che disegnavano sulle facciate e sulle porte sagome di Babbi Natale, e alberi fosforescenti, e renne luminose, lampeggianti come astronavi. Persino la chiesa di Medrano a vederla da fuori strizzava l’occhio alle discoteche di Ibiza. Capodanno invece e’ stato qualcosa agli antipodi. Strade deserte, deserte persino di musica. Pochissimi taxi, moto razionate, quasi vigesse un coprifuoco. Sul malecon, stand senza clienti. Pochissimi ambulanti che rosolavano spiedini di pollo destinati a rimanere inveduti. E pioggia. Pioggia che ha iniziato a disturbare l’ultima notte del 2012 per poi macerarla e affogarla con il solito diluvio dicembrino. Il ristorante piu’ caro della capitale, quello dove l’autocrazia chocoana si concede lussi da vecchio continente, chiuso alle sei e affittato per una festa privata. Mentre il Natale si festeggia fuori, il Capodanno e’ una strenna che si consuma in famiglia o in casa da amici.

L’alcol che si e’ bevuto in questi giorni sarebbe bastato a schiantare Pechino per una settimana. L’alcol qui rende la rumba e il fine settimana piu’ torrido, ma i suoi effetti collaterali, come in ogni altra parte di Colombia, vengono presi sottogamba, mentre invece sono lo yin e lo yang di qualsiasi controversia, violenza familiare, rissa stupida che immancabilmente finisce con un morto, di qualsiasi sviamento, stortura, aberrazione. Perche’ qui l’alcol non si beve. Finisce nell’organismo, come benzina in un serbatoio.

Ho passato un Natale cosi’ ordinario che poteva essere un giovedi di maggio. In casa, con un principio di influenza, a rivedere ‘La ballata di Cable Hogue’ di Peckinpah. Nei giorni successivi la febbre e’ scesa. Mi hanno sfebbrato con deliziosi succhi di badea e sancocho di coda e costina di maiale affumicata e Eilyn mi ha corteggiato con un sontuoso ajiaco bogotano –

un piatto della cucina colombiana che potrebbe essere esportato e apprezzato anche dai palati italiani, una crema di patate, pollo e panna che il commensale puo’ rinforzare con capperi, rondelle di avocados e riso.Sono stato in famiglia, felice, senza cercare il capodanno della vita a tutti costi e l’ho trovato nella sua semplicita’.

A mezzanotte, tanta pioggia e botti rammolliti. Come bandiere che cascavano flaccide dai pennoni, mentre noi con niente eravamo insperatamente ricchi. Ora che il 2013 e’ arrivato, cosa aspettarsi? Soprattutto serenita’, disciplina, equilibrio, in un paese in cui l’equilibro nessuno sa sa dove stia di casa, voglia di cose vere, che qui spesso mancano o se sono vere, lo sono solo a meta’, e sicurezza, tanta sicurezza. E una donna che non sia solo un culo da perderci la testa o un paio di tette che ti azzerano la salivazione, ma una donna coi piedi ben poggiati per terra, senza questa esagerata platealita’ delle donne latine, negre o bianche che siano, perennemente a caccia di qualcosa di straordinario, di specchietti per allodole che le facciano sentire diverse, speciali, per poi correre su quel reality show che e’ Facebook e gridare tutta la loro gioia – che poi nel giro di 36 ore evaporera’ senza lasciare memoria, anche se fino a 36 ore prima l’uomo che le aveva affatturate era un incrocio tra Brad Pitt e Stockhausen e adesso un fallocrate bastardo. Donne che per un Blackberry venderebbero l’anima al Diavolo. Che per un paio di scarpe o una blusa di moda accetterebbero qualsiasi compromesso, anche il piu’ laido. Belle, bellissime, per carita’, ma alla fine, di una fatuita’ che fa cadere le braccia. E di una amoralita’ che nessuna poverta’ puo’ giustificare.

Nessun Commento »

1 January 2013

Diario Colombiano (177) – Jazzura – Quando il terzo mondo sale in cattedra

In Messico il jazz e la spazzatura sono un viatico perfetto per insegnare sviluppo di tecnologie pulite, una corretta gestione dei rifiuti, equilibrio ambientale. Ma e’ un po’ tutto il terzo mondo che dispensa lezioni di ecologia a un mondo civile che invece all’ecologia e’ sordo. Un mondo civile che spreca, che spoglia le foreste del terzo mondo, che usa l’Africa come lucrosa pattumiera, che col turismo di massa trasforma paradisi in inferni. Nel terzo mondo, al contrario, i maestri del riciclo aguzzano l’ingegno e le discariche diventano epicentri di miracoli

Con qualche chilo delle oltre tredicimila tonnellate di spazzatura che ogni giorno Città del Messico vomita nelle strade, quattro studenti, Jair Cerda, etnomusicologo, Fernando López, studente di composizione e Amalia Aguirre e Óscar de Jesús, studenti di educazione musicale, hanno creato i loro strumenti per dar vita a un nuovo ritmo latino, la “jazzura”.

Riciclando barattoli di vernice, scatole di biscotti e una tinozza è nata una batteria prodigiosa. Con il cloruro di polivinile, un violino e un contrabbasso – con buona pace di Charles Mingus. Incrociando una racchetta da tennis e una casseruola rigettata da un ristorante Jair Cerda ha dato vita a un banjo ariostesco. I quattro si sono battezzati “Orchestra Basura” ma amici, vicini e fans preferiscono chiamarli “Los Basuros” specialmente quando li vedono rovistare nella spazzatura, a caccia di ispirazione.

Jair, che è il loro leader, racconta: “Per creare i nostri strumenti è stato fondamentale l’apporto di Michael Zenker, un famoso liutaio messicano e i suggerimenti degli studenti della Facoltà di Disegno Industriale e di acustica del Politecnico Nazionale. L’ultima cosa che la gente immagina è che si possa fare musica con quello che getta nella spazzatura. Con l’Orchestra insegniamo ambientalismo, una corretta gestione dei rifiuti, equilibrio ambientale, senza mai rinunciare alla musica che ci affascina. La gente viene ai nostri concerti sempre un po’ titubante. Come ad ascoltare dei freaks, dei fenomeni da baraccone. Poi il jazz li scioglie, scioglie tutte le loro perplessità e parlare di ecosistemi, fonti alternative di energia e smaltimento dei rifiuti diventa la cosa più naturale di questo mondo. Keith Jarret e il buco nell’ozono. Norah Jones e lo sviluppo di tecnologie pulite”.

Ieri, su ‘La Stampa’

Nel dipartimento di Cesar, culla della musica vallenata, vivono gli indios arhuacos. Circa cinque fa anni gli arhuacos di Gun Arawun, un pueblito ai confini con la Sierra Nevada, si accorsero che l’acqua delle loro cascate e la frutta che cresceva nei loro orti non aveva più lo stesso sapore. Tutto aveva un sapore diverso. Sgradevole, addirittura nauseante. Il sapore tossico della spazzatura. Guardandosi intorno, scoprirono che la spazzatura aveva infestato le loro terre. A poco a poco. Silenziosamente. Materiali e alimenti portati dai turisti ma anche comprati e consumati nelle stesse comunità indios. Come la plastica, il micidiale tetrapak, lattine, cartone, vetro, pile, soprattutto pile a bottone, utilizzate per calcolatrici, apparecchi acustici, orologi, macchine fotografiche. Quando si scaricano, sia che finiscano in un inceneritore o in una discarica, rappresentano un flagello ambientale per la quantità di mercurio liquido che contengono. Una sola pila di queste può contaminare 600 mila litri di acqua. Per questo i mercati europei e statunitensi da tempo ne hanno vietato la vendita.

Ma la Colombia, come l’eternit insegna, è un paese di eclatanti contraddizioni . Fierissima delle sue biodiversità, pasionaria affinchè l’hicotea non sia più una pietanza pasquale, capace di struggersi persino per il destino degli ippopotami di Pablo Escobar, non muove un ciglio se le miniere e il mercurio le avvelenano i fiumi, se le multinazionali le spogliano le foreste o se la lobby dell’eternit le regala cancro in quantità industriale coi suoi tetti apparentemente innocui. Se il colombiano, a volte, è di una remissività che lascia senza parole, l’indio arhuaco non getta mai la spugna. Così, una volta individuata la causa dei suoi problemi, è passato all’azione. Tutte le notti un gruppo di indios “riciclatori” lascia il villaggio alla volta del centro raccolta rifiuti di Sabana Crespo. E’ un lungo viaggio a dorso di mulo. Sette ore, attraversando aree un tempo feudo di paramilitari e guerriglieri.

All’inizio riciclare l’immondizia era una roulette russa. Quando i paramilitari frugavano nei sacchi pensavano d’essere stati presi in giro e si infuriavano perchè nessuno rischia la vita per smaltire rifiuti, e di notte poi. E i primi tempi qualche indios ci rimise la vita. Ma poi gli stessi paramilitari si arresero all’evidenza

Il resto, qui

Nessun Commento »

30 December 2012

Malvinas, microguerra megastupida

Trentanni dopo le Malvinas vengono a galla verita’ inedite. C’era un’opzione di bombardare Buenos Aires. E i veri cattivi in quella microguerra non furono gli inglesi…

Quando scoppiò la crisi tra Inghilterra e Argentina per la sovranità delle isole Falkland, l’interventista Margaret Thatcher non aveva nessuna intenzione di arrivare allo scontro frontale. Anzi. Avrebbe delegato ben volentieri all’Onu l’amministrazione dell’arcipelago salvo poi concedergli l’indipendenza.

Doveva gestire una situazione interna delicata: scioperi a raffica, aspri conflitti sociali. Una guerra per un pugno di isolotti che nessun inglese avrebbe saputo ubicare su una mappa era quanto di più inopportuno le potesse capitare. Ma il blitz del 2 aprile, ordinato dal generale Galtieri per distrarre il paese dalla rovinosa crisi economica e da una contestazione sempre più incalzante nei confronti della sua Giunta militare, la più feroce e sanguinosa di tutta la storia argentina, fece passare alla Iron Lady i momenti peggiori dei suoi tre mandati a Downing Street.

Il resto oggi su ‘La Stampa’

1 Commento »

29 December 2012

Diario Colombiano (176) – Mister 72 e Griselda la zarina

Sono due dei colombiani piu’ inquietanti che ho mai raccontato. Lui un primatista delle detenzioni. 72 volte in carcere, una vita passata dietro le sbarre, tanto che potrebbe scrivere una Michelin dei penitenziari colombiani. Lei era il Crimine quando Escobar era solo un ladro di auto. La chiamavano La Madrina. Quando commissionava un omicidio esigeva dai suoi sicari l’eliminazione di qualsiasi testimone, donne e bambini inclusi. Si vantava di centellinare the inglese in tazze di porcellana appartenute alla Regina Elisabetta e di possedere un diamante rosa della collezione di Evita Peron.

In una città in cui la droga è nelle mani di cinque famiglie mafiose la coppia colombiana rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana. Bravo e la Madrina iniziano a importare cocaina in piccole quantità con la complicità di emigranti colombiane ma ben presto possono permettersi una flotta aerea. Alla fine degli anni settanta lasciano New York e si trasferiscono a Miami, dove il traffico della cocaina e’ monopolio dei cubani.

Ma la Madrina che da sempre e’ insofferente alla concorrenza con l’aiuto del suo braccio destro, il sicario Jorge Rivi Ayala e di un manipolo di criminali disposti a tutto inizia a fare piazza pulita dei cubani e a trasformare Miami nella Chicago degli anni venti. La sua crudeltà non conosce limiti. Chi non paga in tempo muore. Chi non le dà sufficienti garanzie è assassinato in modo atroce.

Quando organizza un omicidio esige dai suoi sicari l’eliminazione di qualsiasi testimone, donne e bambini inclusi. In poco tempo la Madrina crea un impero coast to coast con migliaia di dipendenti. Il lusso nel quale vive fa sembrare parodistico quello che De Palma immaginerà per il suo Scarface. Un sibaritico superattico nella baia di Biscayne, un palazzo a Miami Beach, una fiabesca collezione di auto esotiche, orge da decadenza dell’impero romano, con cocaina in quantità industriale e le migliori escort e i gigolò più superdotati di tutta la Florida.

Il resto, qui

Per il primatista Vargas Uribe le carceri colombiane non hanno segreti. Ne parla come un Raspelli potrebbe dissertare di trattorie e ristoranti. Il vecchio e il nuovo carcere di Bucaramanga, La Blanca di Manizales, il carcere di Cúcuta, la Ladera di Medellín, La Modelo, La Picota, La 40 di Pereira, e le carceri di Guateque, Pácora, Zipaquirá e Ramiriquí. Le peggiori? La Modelo di trent’anni fa e la Ladera di Medellín. “I detenuti della Ladera chiedevano sempre a chi arrivava dalla capitale se era più grande Medellín o Bogotá. Se rispondevi Bogotá, ti accoltellavano. Erano gli anni ottanta. E nelle prigioni di Medellín comandavano i sicari di Escobar. “Io che lo sapevo risposi che Medellin era sessanta volte più grande e nessuno mi torse un capello”. Ma La Modelo di trent’anni fa era realmente un incubo. “Prima di mangiare mi drogavo per non vedere i vermi affiorare nella minestra. Cucinavano delle monache, delle bastarde indemoniate. Una volta mi fini’ in bocca una specie di spaghetto, lungo, viscido. Smisi di masticare, lo sfilai dalla bocca. Gonorrea! era la coda di un sorcio!”.

Per i suoi crimini ha sempre pagato. Tranne una volta. E non era un furto. Nel suo andirivieni tra un carcere e l’altro conobbe una donna. La sposò, ci fece cinque figli, passò con lei ventitrè anni della sua vita. La uccise all’inizio degli anni ottanta perché la sorprese con un altro uomo. Poi entrò in una filiale del Banco Grancolombiano, rubò 24 milioni di pesos e con un taxi andò dalla figlia maggiore a Bucaramanga. Le diede 23 milioni perché si comprasse finalmente una casa, poi senza darle il tempo di respirare, le confessò che quindici giorni prima aveva assassinato sua madre. Un’ora dopo ritornò a Bogotà, sempre in taxi. Per questo crimine non è mai comparso davanti a un giudice. L’assurdo è che lo hanno condannato per avere rubato un Panasonic vivavoce da un ufficio, ma mai per aver assassinato la madre dei suoi figli. E’ il grande, scottante, problema dell’impunità. Lo ha ammesso anche il presidente Santos in un suo recente discorso. Il 98% dei casi di violenza sessuale restano impuniti. La probabilità che ha un imputato di essere condannato per un crimine è del 20%, per un omicidio solo del 3%.

Il resto qui, su ‘La Stampa’

Nessun Commento »

28 December 2012

Giu’ le mani dalla magia di Olinalá

Cosa accadrebbe se a Castel Fidardo la tradizione della fisarmonica fosse affossata da sicari della mafia russa e estorsori della ‘Ndrangheta? O se a Murano i maestri vetrai fossero costretti ad armarsi e scendere in piazza per scacciare dall’isola una banda di camorristi? Succede che nel Messico di oggi, atroce e medievale, persino posti che il paese dovrebbe difendere con le unghie finiscono in balia del narcotraffico…..

Arredatori di interni, curatori di musei, mercanti d’arte di tutto il mondo sanno che in Messico, nello stato di Guerrero esiste un villaggio chiamato Olinalá i cui artigiani sono maestri nell’arte della lacca con la quale impermeabilizzano e decorano bauli, vassoi e soprattutto scatole in profumato legno linaloè e zucche dall’albero di jicara. Il lavoro comincia con la smerigliatura di una scatola di legno. L’oggetto è quindi sigillato con una vernice ottenuta da terre e pigmenti che si applicano sulle superfici con un fissatore, che può essere olio di chía o olio di lino. Le terre sono estratte vicino ad Olinalá, arrostite leggermente prima della polverizzazione e mescolate con olio. Tra queste il tecostle, il tóctel e il tesicalte, tutte polverizzate con il tradizionale mortaio piatto, chiamato metate, di uso comune nelle cucine messicane con cui si macina il mais per le tortillas.  

La corteccia di quercia, bruciata e macinata, serve invece per ricavare il colore nero, spesso usato nel primo strato di lacca, a diretto contatto con il legno. La cocciniglia, un insetto parassita del cactus nopal, viene acquistata ad Oaxaca e, una volta preparata, serve per conferire il colore rosso scuro, caratteristico di questo pigmento animale e utilizzato in Messico fin dall’epoca preispanica. Le terre sono applicate in molti strati, fino a realizzare il tono desiderato. 

Dopo, la cassa ha bisogno di un mese per asciugare. Quindi è pronta per la decorazione. Ogni colore applicato deve asciugare prima che sia posto il seguente. Spesso le spazzole usate per applicare questo colore sono piume di tacchino, code di cervo, punte di agave. 

Quello che ignorano i galleristi è il Messico medievale dove vivono gli artigiani olinaltechi. Strade sterrate lontane, terribilmente lontane da tutto che diventano, nella stagione delle grandi piogge, così impraticabili da trasformare Olinalá in un’isola di tortuoso approdo.  

Il resto su ‘La Stampa’ di oggi

Nessun Commento »

23 December 2012

Diario colombiano (175) – Animatori nella jungla

 

Il Natale qui a Quibdo si sente, piu’ che nel centro della citta’ nei barrios e piu’ sono poveri e piu’ il Natale ha una sua rutilante concretezza. Gli addobbi, le luminarie, cadono a cascata sulle case come piante rampicanti. E magari in quella casa non c’e’ pavimento, non c’e’ acqua, non c’e’ un bagno, ma fuori l’orgoglio, nonostante la poverta’, di onorare la festa come merita. Scrivo con la portafinestra della terrazza aperta, sento i cori della chiesa evangelici, molto ‘colore viola’, che mi fanno viaggiare a ritroso e ripensare alle messe africane cosi’ piene di swing. Quibdo, il Choco e’ anche questo. Scomodo, isolato, senza centri commerciali, senza multisale, senza latte intero, senza lamette Mach 3 sensitive – vendono il rasoio ma non le lamette – senza il banco Davivienda, senza i supermercati leader nel paese, con commercianti che vendono le stesse cose a prezzi da usura, con piogge, specie la notte, che non fanno sconti a nessuno, che ti suonano il tetto come una marimba, tanto che chi non ha tappi nelle orecchie diventa insonne, metronotte o cinefilo. Ma se hai pazienza e infinito amore per questa terra e per questa gente semplice e cheta nel fine settimana come un cantiere a pieno regime, scopri che dietro al Choco isolato, discriminato, lontanissima provincia dell’impero, c’e’ qualcosa di realmente prodigioso. Come gli animatori di Reison…..

Rodrigo, 20 anni, è un “rapidmotero”, un mototaxista, che va pazzo per il camaleonte Rango. Avrebbe continuato a slalomeggiare nel traffico anarchico di Quibdo e invece adesso sogna di stringere la mano a Gore Verbinski. Ciro, 39 anni, un passato da disegnatore grafico ma anche da buttafuori, vigilante, addetto alla sicurezza, è inciampato nel corso di Reison mentre cercava sul sito del SENA un corso di Photo Editing. “Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, alla mia infanzia, quando passavo le giornate a disegnare pupazzi e caricature dei miei familiari” confida euforico. Justo Elber è originario dell’Alto Baudò, municipio di Nauca.

Nel 2001 la guerriglia costringe tutti a sfollare, compresa la sua famiglia. Si trasferisce a Quibdo, diventa tecnico informatico ma ora che ha scoperto i corsi di Reison l’animazione è diventata la sua magnifica ossessione. “L’animazione è un magnifico compromesso tra tecnologia e poesia. Puoi raccontare l’Iran degli ayatollah o una love story tra musicisti cubani senza mai uscire dallo studio. Anche quando le Farc bloccano tutto, strade, fiumi, bus, lance, imbarcazioni, noi continuiamo ad essere liberi, creativi, perché la fantasia non si ferma e tantomeno la poesia. Quando a Bucaramanga o a Barranquilla pensano al Choco, pensano a bimbo nero che gioca nudo in mezzo al fango, in un barrio così povero che non lo distingueresti da una bidonville di Lagos.

La verità è che troppi colombiani parlano del Choco senza mai esserci stati. Di un Choco che esiste solo nelle loro teste. Il vero Choco è il nostro. Gente giovane, piena di talento, che nel cuore della selva dimostra che tutto è possibile. I Choc Quib Town l’hanno fatto con la musica. Johnny Hendrix Hinestroza con il cinema. Noi, ci proviamo con l’animazione”. E il sogno nel cassetto? “Essere invitati al Festival del cinema di Cartagena – chiosa il professor Reison – Con un nostro stand, un nostro spazio, come ambasciatori di questa terra magica”.

 

Il resto, qui, su ‘La Stampa’

Nessun Commento »

14 December 2012

Messico a tavola, tra fame nera e piatti gourmet

Credo di essere stato se non il primo uno dei primissimi giornalisti italiani a raccontare le narcomattanze dei cartelli messicani quando da noi il Messico era la faccia triste dell’America – ‘e il vento suona la sua armonica che voglia di piangere ho’. Al narcotraffico lavoravo da molto prima che ne scrivessero i nostri quotidiani e l’amico Dario Corradino lo sa bene. Giovedi 18 settembre 2008 gli scrissi:
Ciao Dario,
volevo sottoporti questo. Ancora Messico: solo per farti capire quanto è miope il nostro giornalismo. Hanno liquidato Morelia come un attentato, quando invece è l’11 settembre dei messicani. E’ il primo attentato terroristico nella storia del Messico moderno. E i 200 arresti di ieri confermano che di Messico bisogna parlarne di più. Presto, prestissimo, sarà cliente fisso di tutte le prime pagine.
Ciao

Sono stato eccellente profeta. Ma per il neoeletto Enrique Peña Nieto non c’e’ solo il narcotraffico da sconfiggere. La fame che flagella il Messico fa quasi piu’ paura del piombo dei narcos.

I dati del Coneval (Consejo Nacional de Evaluación de la Política de Desarrollo Social) sono da incubo azteco. Il 10, 4% della popolazione vive nella povertà più estrema, soprattutto il Messico rurale e quello delle comunità indigene, un Messico dove manca tutto: lavoro, sanità, giustizia, acqua potabile, energia elettrica, scuole. L’83% dei comuni abitati da indios sono classificati nella fascia di emarginazione più alta.

Ma il dato che colpisce di più è che questo Messico affamato e medievale non si annida solo nelle province più misere di Chiapas, Oaxaca o Guerrero, dove si trova il comune di Cochoapa el Grande, primatista in miseria di tutta l’America Latina – fonti l’ONU – ma ramifica e si incista anche nelle città più importanti, come a Città del Messico dove fame e indigenza flagellano un milione di persone. La metà di queste non gode di assistenza sanitaria, 280.mila vivono ammassate come cinesi in clandestinità in case prive di servizi igienici e di acqua potabile. Di questo esercito di disperati mezzo milione non sa cosa sia una lavatrice e un quarto di loro non ha mai posseduto un frigorifero.

Il resto, qui, su ‘La Stampa’

Nessun Commento »

13 December 2012

Diario Colombiano (174) – Gabo come Dylan Dog

Se l’Alzheimer ha messo fine al realismo magico di Gabo e alla sua carriera di romanziere continuano ad uscire libri su di lui e dopo l’attesissimo ‘Gabo periodista’ che qui in Colombia potremo leggere solo nel 2015, e’ la volta di un biopic a fumetti ‘Memorie di una vita magica’ che da quello che mi ha confidato John Naranjo verra’ pubblicato molto presto anche in Italia

E’ il destino dei colombiani eccellenti quello di finire, prima o poi, protagonisti di un fumetto. Successe ad alcuni narcotrafficanti, Escobar su tutti. A Ingrid Betancourt in “Ingrid de la jungle”, una feroce parodia a fumetti sul suo sequestro.

Gli autori, Serge Scotto, Eric Stiffol e Richard di Martino, ritrassero in 46 pagine l’ex candidata presidenziale – ribattezzata nell’occasione Ingrid Petancourt – come un’opportunista, servile coi suoi sequestratori, egoista e delatrice coi suoi compagni di prigionia: vedi gli americani, che indicò ai guerriglieri come agenti della CIA. Nel fumetto comparivano anche il presidente Sarkozy, sua moglie “Carla Bruti”, Chirac e il ministro “Dominique de Grillepin”. Il tono era irridente, caustico, insolente, a volte osceno, e la Betancourt ne usci’ con le ossa rotte.

Ora è la volta di Gabo Marquez e delle sue “memorias de una vida magica”. Un libro a fumetti per spiegare agli adolescenti la grandezza del Nobel colombiano, il suo realismo magico, la sua battaglia col cancro, la sua amicizia con Castro, il tutto disegnato con levità, con quell’apparente semplicità, quel bianco e nero fluttuante, che furono uno dei segreti del grande successo internazionale di “Persepolis” di Marjane Satrapi.

Il resto, qui, su ‘La Stampa’

A chi interessasse il 30 agosto, sempre su ‘La Stampa’ ho raccontato la sindrome cinese del Nobel colombiano

Gabriel Garcia Marquez mette piede per la prima volta a Pechino nel 1990 e rimane letteralmente sconvolto dal mercato pirata dei suoi libri venduti per pochi yuan sulle bancarelle degli ambulanti. Per il grande Gabo non è una novità. Nel maggio del 1993 un giudice di Bogotà assolse una casa editrice accusata di aver pubblicato 400 mila copie pirata dei suoi libri. La reazione dello scrittore fu clamorosa e immediata. Annunciò uno “sciopero delle pubblicazioni” ritirando dalla circolazione in Colombia anche i suoi volumi “legali” e promuovendo una campagna in favore del rispetto dei diritti d’autore.

La Colombia in quanto a contraffazione non ha nulla da invidiare ai cinesi. Ma a Gabo questa spudorata babilonia in cui Úrsula Iguarán, Santiago Nasar e Florentino Ariza parlavano tutti in un mandarino claudicante lo lascia impietrito. Racconta la sua guida che a tutti i cinesi che lo salutavano deferenti chiedeva caustico “se anche loro fossero tra quelli che gli piratavano i suoi libri”.

Quando lasciò la Cina giurò che a questa patria di pirati e di sanguisughe non avrebbe mai permesso l’acquisizione dei diritti di una sua opera neanche centocinquanta anni dopo la sua morte.

Nessun Commento »

12 December 2012

Un anno vissuto sgrammaticamente – Dalle ernie al cazzo del Charlotte Observer al Restaurant Sarcoma dell’Hamilton Espectator

Craig Silverman continua la sua crociata solitaria in cerca di plagi, errori, correzioni, scambi d’identità, falsi, bufale, smentite. Diverte e inquieta, perchè a forza di fare le pulci alle agenzie stampa e ai quotidiani (americani, canadesi, inglesi, australiani) mette a nudo un giornalismo sempre più fallace, distratto e inattendibile.

Nessun Commento »

10 December 2012

Dario Colombiano (173) – Sabato biodiverso

Mi sono tornati i funghi. Sempre alle dita del piede sinistro, pollice escluso, in una forma meno virulenta della volta scorsa tuttavia sul comodino di camera mia sono ricomparsi antibiotici, pomate, unguenti, pastiglie. Camminare in centro con le mie proletarie infradito e’ per i miei sfigatissimi anticorpi un pessimo affare. Sabato, niente corso, tutti nella finca di Maria a passare un sabato biodiverso. Pura selva, a dieci minuti dal centro della capitale. Formiche che quando ti pizzicano ti fanno venire saudade da tafani, formiche minuscole che sembrano miniate da monaci bizantine che oltre a pizzicarti ti mettono al tappeto con una febbre tenace, fango che ti succhia piedi e infradito come un kraken silvestre. Nella finca di Maria vedo finalmente i borojo crescere e maturare sugli alberi,

frutti di badea, lulo, guanabana, guayaba, oche, anatre, maiali, galli, galline, vivai per cachamas negras y rojas, pesci che mi ricordano le mojarras e che a me non fanno impazzire. Persino un piccolo caimano.

Mangiamo riso con longaniza,

beviamo birra, crema di whisky e rum e tra una chiacchera e l’altra, progetti, scherzi, aneddoti di cinema, un ragazzo si taglia un piede con il coccio di una bottiglia. Sabato biodiverso. Tra amici, persone di talento, gente di cuore.

1 Commento »

Diario colombiano (172) – Ventimilaleghe sotto i mari

Mentre i corrieri tunisini cercano di far fessi i doganieri della Malpensa con un neorealistico occultamento di eroina nel formaggio avariato, nell’altra parte di mondo i cartelli colombiani investono milioni di dollari su mini sommergibili, con una tecnologia che farebbe venire le bave persino a Q e a tutto l’MI6.

Nella base navale di Bahia Malaga, Valle del Cauca, Colombia, in un’area ribattezzata “il museo” si può ammirare una vera e propria flotta in secca di imbarcazioni sequestrate al narcotraffico. Si va dalle barche in legno usate negli Anni Settanta per trasportare marijuana ai go-fast boats dei contrabbandieri di Miami Vice e si finisce con una flotta di semi sommergibili – così li definisce la DEA, Self Propelled Semi Submersibles (Spss), strutture semoventi semi sommergibili – con o senza equipaggio. Gioielli da due milioni di dollari, più sofisticati di qualsiasi gadget o auto accessoriata rifilata a James Bond in questi 50 anni. Come conferma il capitano Nelson Hernandez che, di questo mirabolante museo, è la guida.

«I primi narcosommergibili fecero la loro comparsa negli Anni Novanta, anche se abbiamo prove di un avvistamento nel 1980, proprio qui vicino, a Buenaventura. Erano semplici, artigianali, potevano ospitare solo due uomini d’equipaggio e la cocaina non poteva superare le due tonnellate. Disponevano di un solo motore diesel e navigavano a pelo d’acqua. A non più di otto nodi. E costituivano un mezzo di trasporto alternativo ad aerei e corrieri via terra. I narcosommergibili di oggi possono trasportare più di otto tonnellate di cocaina, come il modello che abbiamo qui alla Base, viaggiano a una velocità di 15 nodi per oltre ottomila miglia e a una profondità di 10 metri e non hanno nulla da invidiare ai sottomarini della marina militare colombiana. Anzi. Sono meglio equipaggiati e più confortevoli, con posti letto più ampi e un bagno interno mentre sui nostri sottomarini per orinare tocca salire sul ponte. Bizzarro, non trova?» sottolinea Hernandez con una smorfia sardonica.

Ma la grande novità di questi narcosommergibili è la grande facilità con cui irridono i controlli radar. «Più del 60% dei nostri intercettamenti è merito di uno straordinario lavoro di intelligence. Se fosse per i radar, il Pacifico e il Mar dei Caraibi sarebbero un parco a tema per gli equipaggi dei cartelli».

Il resto? Su ‘La Stampa’.

Nessun Commento »

8 December 2012

Diario Colombiano (171) – Le sigarette di Istmina e i pomodori del malecon

Per viaggiare e per capire l’essenza del Choco dimenticare le guide, dimenticarle proprio. Leggere avidamente tre reportages che un ventisettenne Gabriel Garcia Marquez scrisse dal Choco per il quotidiano ‘El Espectador’. Nonostante siano passati quarantotto anni sono ancora attualissimi e preziosissimi come i viaggi in Italia di Piovene. Piovene, nella formula ‘andare/vedere/condensare’, non aveva rivali, arrivava subito all’essenziale, distillava una città, una regione, solo osservando cosa cucinavano i suoi pescatori, leggendo le scritte sui muri, mescolando le statistiche coi paesaggi, visitando porcilaie e pinacoteche, dissertando sulla salama da sugo e sulla leggera pazzia degli astigiani, spiegando come si fabbrica il tabacco da fiuto e perchè a Fabriano si produce la miglior carta del mondo, raccontando che al Carnevale di Fano i tordi rosolati si usano come coriandoli, ma anche che nei cimiteri irpini, privi di recinzioni e infestati da capre e da suini, i morti vengono continuamente riesumati per far posto ai successori. Gabo non e’ da meno. Un esempio. Quando racconta Istmina racconta l’imprevedibile volubilita’ del suo commercio. Mercoledi’ un pacchetto di sigarette nazionali gli costa 30 centavos, come in tutto il paese. Venerdi, 80. Il motivo? L’aereo della Seraco che Gabo descrive come un saltamontes providencial non e’ riuscito a caricare le sigarette che lo aspettavano a Buenaventura, cosi’ adesso chi le ha le vende a peso d’oro. Quarantotto anni dopo rivivo a Quibdo situazioni identiche a quella di Istmina. Sul malecon, da un giorno all’altro, un chilo di pomodori mi costa il 20% in piu’. Motivo? Un paro. La strada per Yuto e’ stata bloccata da dimostranti. E peggio ti passa se a indire il paro sono le Farc. Il Choco di Gabo e’ diverso solo nei numeri – nel settembre del 1954 a Quibdo vivevano appena 16mila persone, oggi sono piu’ di 120 mila. A Istmina la carne non e’ piu’ un miraggio e non si mangia piu’ solo due volte al mese, ma il nepotismo, il solido patriottismo dei chocoanos, il loro senso di ferrea unita’ e’ sempre lo stesso.

Nessun Commento »

5 December 2012

Diario Colombiano (170) – L’avvocato tappabuchi


Dieci colombiani come lui non libererebbero la Colombia dal narcotraffico, non restituirebbero ai pescatori di San Andres il loro mare, non arginerebbero la piaga delle madri adolescenti, ma renderebbero questo paese migliore, piu’ vivibile e soprattutto piu’ civile.

Originario di Chigorodó, Antioquia, residente a Cali dal 2005, tutte le mattine accompagna i figli a scuola e tutte le mattine vive un calvario con la sua auto sbatacchiata da una trentina di buchi – a volte, voragini vere – che butterano l’asfalto come segni di vaiolo su l’ovale di un viso.

L’Avenida 6N con Calle 67, a nord di Cali, diventa presto la sua ossessione e siccome conosce perfettamente il suo paese, la negligenza dei suoi politici, l’esecrabile vaghezza dei suoi amministratori, campioni mondiali di corruzione e nepotismo, decide di non aspettare più interventi miracolosi quanto improbabili da parte dell’alcaldia ma di risolvere il problema a modo suo. Parla con gli inquilini delle case che si affacciano sui punti più danneggiati della strada e con il direttore del collegio dei figli. “Ripariamola noi la strada – suggerisce con impeto – Con meno di cinque milioni di pesos si compra l’asfalto necessario e una squadra di operai che tappa i buchi”.

La passione di questo “paisa” mette tutti d’accordo e in poco tempo il denaro è raccolto. Gli operai fanno il loro dovere e la Avenida 6N con Calle 67 smette di essere un supplizio per gli automobilisti di Cali. Non pago del successo, il vulcanico avvocato dichiara guerra ai crateri che infestano le strade della succursale del cielo e lancia la campagna, meglio sarebbe definirla la crociata, ’Adopta un hueco por Cali’ (’Adotta un buco per Cali’). “Basta con le parole – spiega José Ríos Alzate – Fatti. Se chi ci governa è sordo, smettere di piangere, rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi della citta’”

Il resto? Su ‘La Stampa’

1 Commento »